Il 6 ottobre chiunque creda sia ora di cominciare a ricostruire il bene comune dopo una stagione di folle egoismo ha un’occasione preziosa per fare qualcosa di concreto: scendere in piazza difendendo i propri diritti e il progetto della Costituzione

Il 6 ottobre i lavoratori della cultura e dello spettacolo scenderanno in piazza, insieme. Sarà una giornata importante: e non solo per loro.

Quando i lavoratori lottano per difendere la dignità e diritti essi non rappresentano solo se stessi, ma l’interesse generale della Repubblica, fondata sul lavoro e sull’identità tra lavoro e cittadinanza sovrana. Questo è vero sempre: ma nel caso della cultura è vero in modo tutto particolare, e per due ragioni.

La prima è la natura stessa della cultura: uno straordinario bene comune protetto dal primo comma dell’articolo 9 della Costituzione. La cultura è insieme strumento e garanzia di una vera sovranità, e la sua diffusione è condizione necessaria per la tenuta della democrazia. Per questo chi manifesta per avere più cultura manifesta per avere più democrazia, e non fa solo il proprio interesse, ma quello di tutti.

La seconda è che ciò che spinge in piazza un fronte larghissimo di lavoratori della cultura e dello spettacolo è il problema principale del nostro Paese: lo smontaggio doloso dello Stato. Uno smontaggio avvenuto lungo trent’anni di governo del centrodestra e del centrosinistra (tra loro, ahimè, pressoché indistinguibili, se guardiamo alle politiche e ai risultati). Luciano Gallino ha spiegato che la «“costituzione” non scritta, ma applicata da decenni con maggior rigore di molte Costituzioni formali, … [è] volta a cancellare le conquiste che la classe lavoratrice e le classi medie avevano ottenuto nei primi trenta o quarant’anni dopo la guerra»: e che il primo articolo di questa legge – virtuale, ma ferrea – del mercato dice che «lo Stato provvede da sé a eliminare il proprio intervento o quantomeno a ridurlo al minimo, in ogni settore della società: finanza, economia, previdenza sociale, scuola, istruzione superiore, uso del territorio». Il precariato selvaggio, lo sfruttamento, l’indegno ricorso al volontariato, la moltiplicazione di società di diritto privato che fanno di fatto schiavismo in seno a ministeri della Repubblica, la concessione ai privati di presidi cruciali come la sicurezza – cioè alcuni dei disastri che il 6 ottobre saranno denunciati di fronte al Paese – sono i frutti diretti di questo suicidio dello Stato.

Anche le ‘riforme’ che si sono susseguite senza requie negli ultimi anni, i commissariamenti, le aziendalizzazioni, le privatizzazioni: anche tutta questa catastrofe che ha inghiottito la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale e la produzione culturale viva di questo Paese, anche tutto questo si deve alla distruzione sistematica di uno Stato capace di provvedere al bene comune. Una distruzione pianificata e messa in atto da parte di una classe dirigente, di una élite (culturale, politica, sindacale), che ha calpestato la Costituzione pensando solo agli interessi di una ristretta cerchia di salvati.

La decisione di scendere in piazza il 6 ottobre l’hanno presa i nostri allievi, i nostri colleghi più giovani, i nostri figli: deboli e sfruttati. E doppiamente deboli e sfruttate quando sono donne. Chi è appena un po’ più anziano, e ha dunque fatto in tempo a salvarsi dal gorgo della precarietà ha ora un’enorme responsabilità, e insieme un’occasione per continuare a guardarsi allo specchio: non lasciarli soli.

Per questo il 6 ottobre chiunque creda che sia venuto il tempo di cominciare a ricostruire il bene comune dopo una stagione di folle egoismo ha un’occasione preziosa per fare qualcosa di concreto: scendere in piazza insieme a chi, difendendo i propri sacrosanti diritti, difende anche il progetto della Costituzione, e, in ultima analisi, la nostra povera democrazia. «La cultura salva», diceva Claudio Abbado: il 6 ottobre suonerà per tutti noi una grande orchestra collettiva di lotta e di speranza. Ascoltiamola.

 

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