L’elmo piceno di tipo corizio appartenente alla collezione archeologica alla Pinacoteca “Scipione Gentili” di San Ginesio? Al Palazzo Campana di Osimo. La “Madonna del Carmine con

Bambino e Santi” del XVII secolo nella Chiesa S. Sebastiano a Castelfantellino di Ussita? Nel deposito “V. Pennesi” di Camerino. Come la “Crocefissione con Santi” del 1724 di Baldassare Alvarez dalla Chiesa di Santa Croce al Sorbo di Ussita. La scultura lignea policroma del XVI secolo raffigurante il Gesù Ecce Homo, nella Collegiata di San Salvatore, a Sant’Angelo in Pontano? Nel Palazzo arcivescovile di Villa Nazareth a Fermo. Ancora, la “Madonna in trono con santi” di Eusubio da San Giorgio, del 1512, dalla Chiesa di San Francesco a Matelica? Nell’annesso convento.
Il post terremoto dei beni culturali continua a segnalare criticita. Non solo per il vasto patrimonio immobiliare. Ma anche per quello dei beni mobili. Insomma libri, documenti archivistici, materiali archeologici, dipinti, arredi ecclesistici e affreschi. Recuperati, in parte e messi in sicurezza, anche in spazi “di fortuna”. Non di rado geograficamente lontani dai luoghi di provenienza. Nelle Marche, più che nel Lazio e in Abruzzo.
“Nella regione é in corso una vera e propria emergenza sullo stato di conservazione dei beni sottratti alle macerie. Aspettiamo ancora un piano concreto di messa in sicurezza, di gestione dei beni recuperati e una prospettiva per la loro fruibilità … Ciò significherebbe dare una prospettiva concreta per piani di promozione turistica e punti di riferimento per la cittadinanza”. Francesca Pulcini, presidente di Legambiente Marche, é preoccupata. Il 24 agosto l’Unità di crisi e coordinamento Marche ha pubblicato un report sintetico, per cui per avere un’analisi è necessario fare riferimento alla Relazione sull’Unità di crisi e coordinamento Regionale Marche, pubblicata a luglio 2018. I dati che vengono riportati inequivocabili, con l’elenco degli immobili su cui sono stati effettuati interventi di messa in sicurezza, sia quelli “a diretta gestione del Mibact”, che quelli “gestiti da altri Enti” e l’elenco degli immobili sui quali é stato effettuato il rilievo del danno. Ci sono gli elenchi dei beni mobili, dei beni archivistici, dei beni archivistici e librari. Sia quelli nei depositi a diretta gestione Mibact, sia quelli in luoghi non gestiti dal Mibact.
Ad oggi sono stati recuperati ben 13.211 (13.308 ad agosto) beni mobili, dei quali 1563 si trovano nei depositi del Mibact. Presso la Mole di Ancona, 1423 (1433 ad agosto), prevalentemente opere a carattere ecclesistico appartenenti a diocesi o ordini religiosi diversi danneggiate in modo diretto dal sisma o la cui permanenza in edifici a rischio avrebbe comportato la loro perdita. Presso il Forte Malatesta di Ascoli, 140, prevalentemente opere provenienti dal Comune di Arquata del Tronto.
I restanti 11.648 pezzi sono collocati in altri depositi o luoghi di ricovero. Come il Palazzo Vescovile di San Severino, i Sotterranei del Palazzo apostolico e il deposito “V. Pennesi” presso l’attuale Arcivescovado di Camerino. Come lo stabilimento “Ex Carbon”, ad Ascoli Piceno, alcuni spazi presso l’Arcivescovado della Curia di Ascoli, e Villa Nazareth, a Fermo, per le opere grandi e in generale per gli arredi liturgici. Come l’Istituto Campana ad Osimo, che ospita i beni provenienti dai comuni della Rete Museale dei Sibillini e la ex Chiesa Collegiata di Amandola. A questi vanno aggiunti altri luoghi di ricovero temporanei, individuati nelle vicinanze degli immobili di provenienza.
Nella relazione sull’Unità di crisi e coordinamento Regionale Marche si fa riferimento anche “ai 3535 metri lineari circa di beni archivistici e circa 5487 volumi di beni librari che sono stati prontamente messi in sicurezza”. Certo è che la lista degli archivi locali sui quali è necessario intervenire è ancora lunga. Non diversamente dai fondi librari.
“Oggi ho potuto constatare di persona l’ingente lavoro svolto, fondamentale e necessario per procedere al recupero di questo patrimonio e alla restituzione alle comunità di appartenenza delle opere custodite nei depositi temporanei”. Il ministro dei beni e delle attività culturali Alberto Bonisoli, lo scorso 26 giugno in una visita a Norcia e Visso, ha parlato quindi di “restituzione”. Con finalità evidentemente connesse anche alla riattivazione del turismo. Peccato che la fruibilità dei beni mobili continui ad essere ancora lontanissima. Che si tratti di una operazione monstre, é evidente. Ma, altrettanto chiaro, che non sembra che l’intera macchina statale abbia, nella sua totalità profuso, sforzi. Un esempio per tutti. “Questo ufficio seguendo quanto richiesto dalla direttiva Franceschini 2015 si è attivato già dal 2015 nel cercare un luogo da destinare a deposito dei beni recuperati cercando in prima istanza di individuare luioghi di proprietà statale-demaniale. Ultimo sollecito fatto da questo istituto é stato il 14 marzo 2018 … all’Agenzia del Demanio con oggetto “Richiesta assegnazione deposito a diretta gestione Mibact per ricovero beni recuperati dal sisma”. All’oggi non è pervenuta nessuna risposta ufficiale”. Insomma il Demanio non risponde. Dal 2015.
Così ci si è dovuti attrezzare come possibile, Facendo ricorso a spazi d’emergenza, che non possono consentire di certo la fruibilità. Considerato che per il ritorno nei luoghi di origine, quando possibile, non sono previsti tempi brevi, sarebbe stato auspicabile fare di più. Già, perchè lo stato provvisorio rischia davvero di diventare definitivo.
“Tutte le opere torneranno nei luoghi da dove sono state salvate. Come per le opere che recuperiamo con i carabinieri dai furti, la direttiva che ho dato è che ognuna torni nel luogo di provenienza”. Franceschini, visitando il deposito alla Mole vanvitelliana ad Ancona, a febbraio 2017, era sembrato categorico. Lo stato decritto nella relazione di luglio sembra contraddirlo. A Giugno scorso il ministro Bonisoli ha “promesso assunzioni per opere d’arte ferite”. Non rimane che aspettare. Ancora.

 

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