Oltre lo storytelling. Un patrimonio al collasso: nella vicenda dell’Archivio di Stato c’è la fotografia estrema e inquietante del lavoro culturale in Italia.

Morire di patrimonio culturale. È terribilmente noto, oscenamente ovvio: in Italia di lavoro si continua a morire. Ma nelle due morti dell’Archivio di Stato di Arezzo c’è qualcosa in più: c’è la fotografia estrema e inquietante del lavoro culturale in Italia. Un comparto dove la dignità del lavoro è ancor più umiliata, dove la sicurezza è spesso del tutto ignorata.

Saranno naturalmente le indagini a dire cosa è successo all’impianto antincendio di Arezzo, a spiegare perché l’argon si sia riversato non nei condotti, ma nella stanza delle bombole, trasformandola in una letale camera a gas per Filippo Bagni e Paolo Bruni. Dalle prime verifiche, l’impianto risulterebbe verificato nei tempi prescritti, e la manutenzione regolarmente eseguita. Ma bisognerà capire quali fossero le condizioni delle condutture, e di tutta la struttura. Perché chiunque frequenti le biblioteche, gli archivi pubblici e anche gli scavi e i musei (persino quelli più famosi), sa bene in quale stato di prostrazione materiale essi si trovino: uno stato – scrive la Cgil Funzione Pubblica – “derivante dai mancati investimenti, dai tagli ai bilanci che hanno inciso sulle spese di manutenzione ordinaria, e dalla insostenibile leggerezza con la quale si bypassano le misure di sicurezza, in nome delle politiche di valorizzazione”. Il sindacato rivendica: “Abbiamo denunciato, inascoltati, gli effetti di politiche che hanno fortemente indebolito i cicli di tutela e manutenzione del nostro patrimonio culturale, non dobbiamo aspettare i morti sul lavoro perché questo tema diventi centrale nella coscienza collettiva”.

Questo è il punto: il patrimonio culturale sconta decenni di oblio, definanziamento, malcelato disprezzo da parte della classe dirigente del Paese (la cosiddetta élite che oggi si vorrebbe difendere). La stagione renzian-franceschiniana non ha cambiato di una virgola questo triste andamento, lo ha solo nascosto dietro una cortina fumogena di storytelling e di marketing politico che ha indotto una stampa servile a parlare di “rilancio” o addirittura di “rinascita” del patrimonio culturale: tutte balle, purtroppo.

Era stata indettaper il prossimo 6 ottobre, a Roma, ben prima del disastro di Arezzo, una grande manifestazione per la cultura e il lavoro che oggi assume un’importanza maggiore. Il larghissimo fronte di lavoratori della cultura che l’ha indetta ha denunciato che “la riforma culturale, promossa dai precedenti governi di ogni colore, si è servita di una stampa compiacente per sciorinare dati relativi ad aumenti entusiasmanti di visitatori e incassi, glissando sul netto peggioramento delle condizioni professionali, sulla mortificazione delle competenze, sull’uso indiscriminato di volontari, sulle continue richieste di lavoro gratuito, sul progressivo smantellamento di istituzioni storiche, sull’utilizzo improprio di teatri, siti archeologici e sale museali per eventi mondani o privati che nulla hanno a che vedere con la cultura”. La conseguenza è che “ogni anno migliaia di giovani professionisti della cultura in Italia si trovano costretti a scegliere tra stipendi indecenti e vergognosi, tirocini di sfruttamento, stage senza prospettive, servizio civile, contratti a chiamata, volontariato, rimborsi spese o il cambiare mestiere, o l’estero”.

Si chiederà, dalla piazza, una radicale inversione di rotta.

Alla prima manifestazione di piazza per la cultura, il 7 maggio 2016, il Movimento 5 Stelle partecipò con un suo striscione e una folta rappresentanza di parlamentari. Oggi il Movimento ha conquistato il ministero per i Beni culturali: tra incredibili riconferme di ceto dirigente franceschiniano, e inconcepibili battute sull’abolizione della storia dell’arte dalla scuola, si stenta a vedere un solo segno di sostanziale cambiamento. Ma le morti di Arezzo, e il generale collasso del patrimonio, ci dicono che ormai il tempo è scaduto.
FQ I  22 settembre 2018