In questi ultimi tempi si è sentito parlare come non mai di musei, aree archeologiche e con essi è stata sollevata anche la questione della gratuità dell’accesso agli stessi.

In uno stile che sarebbe perfetto definire “italico” (l’aggettivo andrebbe pronunciato con la tonalità di voce di un cinegiornale Luce, giusto perché sempre più spesso si ha l’impressione che il dibattito raggiunga i toni un po’ tronfi di uno dei tanti “ventenni” della nostra storia) si sono create le solite fazioni che hanno gettato la questione, tutt’altro che irrilevante, sul piano ideologico. Quegli stessi oppositori hanno poi sventolato le bandiere del criterio economico come unico possibile per affrontare il tema. 

Naturalmente dietro questo scontro è la netta, inconciliabile (a giudicare dai toni) diversità fra chi ritiene un diritto dei cittadini, già contribuenti attraverso le tasse, quello di accedere gratuitamente al patrimonio culturale della Nazione e chi, invece, sostiene la necessità di un contributo, un biglietto, seppure minimo, da far pagare ai visitatori.

E’ chiaro che qui c’è la contrapposizione netta far due idee di Stato e anche di Cultura e del rapporto che lega queste due realtà.

La questione però sembra mal posta da parte di chi è favorevole a far pagare i biglietti e per almeno tre ragioni. La prima è quella più appariscente perché legata all’aggettivo “ideologico” usato per etichettare chi è favorevole alla gratuità. Si accusano questi ultimi di essere legati a una “ideologia” di sinistra oramai morta e sepolta almeno dal 1989 ovvero dalla caduta del Muro di Berlino. Di fatto però il voler rigettare il tema della gratuità sul tavolo dell’ideologia scaduta è solo un tentativo che è tanto spicciolo quanto, però, coerente con i tempi che si nutrono solo al fast-food del pensiero dove tutto ciò che è dietro un tweet è solo un tweet, non c’è null’altro, neanche il dono della sintesi o il dono dell’aforisma oltre quei caratteri concessi dalla multinazionale.

Per spiegare la seconda ragione è, invece, necessario fare appello a un fatto di cronaca occorso nella scorsa estate a Lecce. In occasione dell’ultima festa patronale, come da tradizione, i giostrai arrivati in città hanno regalato all’amministrazione comunale una certa quantità di biglietti omaggio; la destinataria ha, però, deciso di regalare quei biglietti alla locale Charitas che ha provveduto a distribuirli fra le famiglie più in difficoltà. A questo proposito un giovane assessore ha suggerito di eliminare, per il prossimo anno, il dono da parte dei giostrai e sostituirlo con un biglietto “sociale” di due euro.

Ironia della sorte quella cifra, i due euro, ritorna anche nel recente nuovo tariffario (in particolare riservato a chi fra i 18 e i 25 anni) per l’accesso ai musei statali proposto dal ministro MiBAC Bonisoli. Il numero due deve avere, evidentemente, un significato magico per i politici anche se, a dire il vero, sembra servire, invece, a tacitare le coscienze dei più al di là e al di qua della politica. Certo è che è un fenomeno transgenerazionale perché colpisce il giovane assessore come il più adulto ministro.

Quello che nei due casi appena esposti colpisce è l’uso del termine “sociale” (palese nella proposta dell’assessore leccese, sottinteso nella soluzione adottata dal ministro). Le parole, verrebbe da ricordare, hanno un peso perché conservano una storia della quale sarebbe il caso di tener conto. Come si accennava prima, infatti, non si può “tweettizzare”, o se preferite, ridurre la realtà né la costruzione di un pensiero, né, appunto, la storia di una parola a un cinguettio che di fatto è solo un balbettio. Le parole dovrebbero essere usate non dimenticando la realtà, non gettate in quel processo di eradicazione storica cui quell’applicazione molto spesso le condanna.

In sostanza chi adotta un approccio come quello che abbiamo descritto alla Twitterdimentica la realtà dei fatti, dimentica cioè che per molte famiglie anche due euro possono essere un problema soprattutto se in quel nucleo ci sono più figli. E’ inutile entrare nei dettagli di una gestione familiare per comprendere cosa essa significhi soprattutto in mancanza di risorse e lavoro. Qui vogliamo accendere solo una luce per illuminare uno dei lati oscuri di una realtà sociale che è già in tante statistiche ma che molti vogliono ignorare perché squadernerebbe la superficialità di molti. E se quanto abbiamo qui solo voluto accennare non fosse sufficiente, basterebbe andare in una delle tante sedi della Charitas che per fortuna disseminano il territorio nazionale.

Chiaramente questo discorso vale come risposta per tutti coloro che vorrebbero far pagare i biglietti per l’accesso ai musei statali. E vorremmo varrebbe anche per coloro che provano fastidio al solo sentire chi ricorda l’esistenza di realtà sociali così drammatiche.

La terza e ultima ragione è strettamente legata alla precedente anzi, verrebbe da dire, che ne rappresenta un ulteriore approfondimento.

Anche in questo caso ha giocato un ruolo fondamentale nella conoscenza della realtà sociale un’esperienza seguita direttamente per tutta l’ultima estate durante la quale sono stati aperti al pubblico alcuni dei più importanti monumenti storici leccesi; l’accesso era gratuito e la possibilità di usufruire di una visita guidata era vincolata a un’offerta volontaria.

Tale esperienza, senza entrare nei dettagli, ha dimostrato, di fatto, almeno due cose. L’interesse per quei monumenti da parte del pubblico esisteva nel senso che si riconosceva l’importanza e il valore storico-artistico ma solo, però, entro un certo limite. Quest’ultimo prendeva forme ben precise: l’inadeguatezza del modo di vestire e comportarsi all’interno, ad esempio, di una chiesa (chi entrava in ciabatte, chi mangiando o bevendo e così via); l’idea che per conoscere un monumento fosse sufficiente scattare una foto con lo smartphone (oramai esternalizzazione della nostra memoria) e, soprattutto, fosse assolutamente inutile il ricorso a una visita guidata tanto più, ricordiamolo, con offerta volontaria.

Il solo guardare una scultura di Bernini non ci consente di sentire la sua vera realtà tanto presente quanto passata. Per comprendere cioè Costanza Bonarelli bisognerebbe girare attorno alla sua capigliatura così come, metaforicamente, alla vita dello stesso Bernini. Su quell’immagine si potrebbero infarcire tante novelle che per quanto utili siano nell’esercizio della fantasia del narratore nulla spesso dicono di quel radicamento storico cui accennavamo.

In sintesi, ed è questo il dato più significativo dell’esperienza, nella maggior parte dei casi è sembrato mancare quel qualcosa in più che potesse spingere quei visitatori a approfondire la conoscenza del patrimonio culturale della Nazione.

E’ chiaro a questo punto che il tema della gratuità cambia completamente significato e obbliga almeno a una domanda: cosa dobbiamo fare per questa particolare fascia (corrispondente alla maggioranza verrebbe da dire) di cittadini? Li lasciamo perdere come fossero gli effetti collaterali di un bombardamento durante una guerra? In ogni caso, se proprio volessimo usare termini guerreschi, meglio sarebbe definirli come vittime di quel fuoco amico che del sistema museale nazionale ha un’accezione solo economica. Adottare soluzioni diverse dalla gratuità comporterebbe un ulteriore allontanamento dalla cultura di tutta quella parte di cittadini. Non c’è naturalmente in questa nostra posizione a favore della gratuità nessun richiamo a un’idea paternalista dello Stato o meglio del Pubblico, ma solo il tentativo di costruire un’opportunità culturale in più per i cittadini perché tali siano.

Quanto, in questo stato di cose, in quest’antinomia fra eradicamento e radicamento, sia colpevole la consapevole, volontaria, lenta abiura alla Storia dell’Arte nella scuola pubblica è cronaca di questi giorni. Quello che ci si chiede a questo punto è perché lo Stato, attraverso le sue strutture culturali, non possa prima di tutto riprendere e poi continuare, in un filo rosso che nella formazione leghi scuola e musei pubblici, questa sua funzione culturale che trova un senso e una giustificazione, se mai ci fosse bisogno di ricordarlo, anche nella nostra Costituzione.

Vittorio Emiliani, nei giorni scorsi e proprio da queste stesse pagine, ha acutamente riproposto un argomento passato fin troppo in sordina in questi ultimi tempi: il ruolo culturale della Rai. In molti, soprattutto per ragioni anagrafiche, ricorderanno ancora i lunghi dibatti, utili ma pure estenuanti, che hanno animato tv, salotti e carta stampata, negli ultimi cinquanta anni circa del secolo scorso attorno alla qualità culturale soprattutto del servizio televisivo pubblico. 

Quel dibattito recentemente è stato scavalcato, superato, tacitato per ragioni tecnologiche e cioè con l’introduzione del digitale. Questa moltiplicazione dei canali ha aperto al grande pubblico un panorama vasto fra cui è il quinto canale della Rai, dove quest’ultima ha riversato la sua attività culturale. Se, però, facessimo un rapido conteggio di tutte le ore di tutti i canali Rai e gli opportuni confronti con la situazione precedente potremmo scoprire che, di fatto, l’offerta culturale pubblica si è ridotta rispetto agli anni del pre-digitale.

Questo riferimento alla Tv non deve apparire estemporaneo rispetto al tema della gratuità perché se volessimo pensare a un vero antagonista del sistema museale/culturale esso è rappresentato dalla televisione principalmente. Come evidenziato in precedenza, il pubblico museale oramai è costituito da spettatori tv, e questa distinzione vale forse più di quella fra turisti e viaggiatori.

La maggior parte di coloro che varcavano le soglie di quei monumenti leccesi parlavano, agivano e si vestivano come i protagonisti (non esistono nemmeno più le comparse) di trasmissioni tv come Uomini e Donne, L’isola dei famosi, Il Grande Fratello, Temptation Island e così via.

Se volessimo, poi, completare questo scenario non potremmo fare a meno di considerare quella parte della popolazione composta principalmente dagli over 65, magari con pensione minima. Anche per costoro si ripropongono spesso le difficoltà economiche che riscontriamo in altre fasce sociali con la differenza che l’alternativa alla solitudine casalinga è rappresentata dai terrificanti centri commerciali che così divengono l’ennesimo antagonista del sistema culturale. Dobbiamo lasciare anche questi cittadini a un destino fatto di colori e annunci commerciali allucinanti e an-estetici? Evidentemente no, così come deve essere chiaro che contrastare la struttura immaginifica degli shopping center, spazi d’informazione surrogata, non significa prendere il centro commerciale a modello per gli spazi della cultura. E la nostra non è pura teoria perché proprio in questa direzione si muove il recente ennesimo allestimento, subito denominato “La lavatrice”, che negli Uffizi ha interessato il Tondo Doni di Michelangelo. Non dovrebbe sorprendere, a tal proposito, che qualche giornale all’estero trovi Eike Schmidt, colui che ha consentito questo allestimento, uno fra i dieci migliori direttori di musei al mondo.

Il confronto, ancora di più oggi, avviene quindi sul piano dell’immagine e questo obbliga chi si occupa di musei a non sollevare barriere. Queste ultime possono essere di due tipi: economiche come il pagamento di un biglietto oppure di tipo narrativo e cioè del modo in cui un museo (pubblico o meno) racconta se stesso e le sue opere. Un esempio negativo lo abbiamo fatto. Uno positivo, invece, per qualità delle iniziative e anche per il modo di comunicare con i potenziali destinatari di una certa idea di fare cultura è quanto sta realizzando Rita Paris nel Parco Archeologico dell’Appia Antica a Roma nonostante le scarsissime, quasi inesistenti, risorse messe a disposizione dallo stesso MiBAC. Montanari, nei giorni scorsi ne ha parlato da questo pagine meglio di quanto potremmo fare noi.

Quando, pertanto, ci porremo nuovamente la domanda se sia giusto o no introdurre un biglietto, anche minimo, per l’accesso a un museo pubblico sarebbe necessario ricordarsi che si sta gettando nelle braccia del vario trash televisivo una parte degli “spettatori” lasciando che costoro tali rimangano, che siano cioè meno “cittadini” degli altri, perché meno consapevoli del loro patrimonio culturale e quindi di se stessi. E utile ricordarlo: siamo chiamati tutti a una nuova forma di Resistenza.