Intervista di Francesco Cirillo

Sangineto, docente dell’Unical, spiega i motivi della sua contestazione al progetto voluto dal sindaco di Cosenza

Professore perché ha intrapreso questa battaglia contro il Museo di Alarico ? 

La querelle su Alarico inizia già nel 2009 a causa della idea di formare,  Sindaco  Salvatore Perugini, un Comitato per ricordare i 1600 anni dalla morte del re barbaro che, secondo la leggenda, muore a Cosenza, nel 410 d.C.

La ragione principale della persistenza della memoria del re goto si fonda sul tesoro, frutto del sacco di Roma, che sarebbe stato seppellito con lui. La poesia dalla quale origina una parte consistente della fortuna della leggenda di Alarico, “Das Grab im Busento”, è opera del poeta romantico tedesco August von Platen-Hallermünde e divenne famosa, in Italia, grazie alla traduzione che ne fece Giosuè Carducci. Riguardo alla vicenda della morte e del seppellimento di Alarico l’unica fonte letteraria diretta della quale disponiamo, la stessa cui probabilmente attinge von Platen, è il “De origine actibusque Getarum” scritto, circa 150 anni dopo i fatti, da Iordanes, storico ed apologeta dei Goti. 

Diventato sindaco Mario Occhiuto, Alarico è diventato, per l’architetto e per i poveri cosentini, una ossessione: prima la ricerca del tesoro (bocciata dalla direzione generale del Ministero), poi la promozione del brand (fallimentare) e, infine, la costruzione, addirittura di un Museo dedicato al distruttore di Roma (bloccata fino a data da destinarsi).

Mi sono chiesto e continuo a chiedermi, da quasi 10 anni, cosa possa spingere una collettività a gloriarsi di un re barbaro come Alarico che, dopo aver saccheggiato Roma e tutta la penisola nel 410 d.C., muore, per caso, nei pressi di Cosenza e viene seppellito con il frutto delle razzie compiute nelle nostre terre. Cosa spinge a voler celebrare il re di quei goti che, come dice lo scrittore goto Iordanes,  “raccolta una schiera di prigionieri in catene” poi li “uccidono tutti”? Gli assassinati in catene erano cosentini perché quei barbari, per esser più liberi di combattere, non avevano di certo attraversato l’Italia portandosi dietro prigionieri.  Cosa spinge, quindi, un’Amministrazione comunale a “festeggiare degnamente” il massacro di suoi concittadini di mille e seicento anni or sono?  Non è, forse, come se in quel che rimane del ghetto di Varsavia, fra cinquecento anni, i discendenti degli ebrei superstiti dedicassero una piazza e/o un ristorante a Jürgen Stroop, il comandante delle Waffen-SS in Polonia, oppure ad Himmler, capo di tutte le SS?
A proposito di Himmler ricordo che in un “depliant” che l’Amministrazione Comunale di Cosenza ha portato alla BIT di Milano alcuni anni or sono, insieme al saccheggiatore di Roma, Alarico, compare persino la foto del capo delle SS, Heinrich Himmler. La suddetta Amministrazione ha ritenuto, per rafforzare il “brand” Alarico, di potervi far comparire il sanguinario Reichsführer delle SS perché, nel 1938, fu mandato da Hitler a Cosenza per verificare se fosse possibile rintracciare la tomba ed il tesoro del re dei goti. Hitler e i nazisti erano interessati ad Alarico non solo perché il re barbaro era l’archetipo del condottiero ariano che aveva sconfitto i romani, ma anche perché volevano dimostrare di appartenere ad una razza superiore che aveva il diritto ed il dovere di soggiogare e sopprimere, come aveva già fatto il re goto, gli “Untermenschen”, gli esseri inferiori. 

Perché, dunque, innalzare a gloria di un barbaro invasore addirittura un Museo che – come il Ponte di Calatrava che collega il nulla con il nulla- può essere chiamato, a ragion veduta, il Museo del Nulla perché non conterrà nulla e che ci costerà 3,3 milioni di euro? L’edificio che, per sovrappiù,  l’architetto Occhiuto vuole costruire sulle macerie dell’ex Hotel Jolly è, a dir poco, sbalorditivo, rilucente, dorato, imbarazzante e totalmente fuori contesto più ancora dell’edificio che vuole abbattere. Un obbrobrio che non è  compatibile con il tessuto urbanistico della città antica e che non conterrà nulla perché non abbiamo una sola scheggia di metallo prezioso e, nemmeno, un solo frammento di ceramica che sia riconducibile ad Alarico o ai suoi Goti. 

Pensa che i cosentini abbiano coscienza di questa battaglia e delle sue ricerche storiche ? 

Spero che alcuni fra i cosentini ed i calabresi più avvertiti abbiano compreso che questa glorificazione di un re barbaro che ha devastato Roma e l’Italia intera prima di venire a morire a Cosenza, ammesso che sia vero, costituisce un insulto alla identità ed alla storia italiana e calabrese.  Spero che non siano stati colti, tutti, da quella che ho pensato fosse una sorta di gigantesca, collettiva “sindrome di Stoccolma” La relativa fama di cui gode il barbaro Alarico, e più ancora quella di Himmler, non può, non possono, costituire, credo, la spinta propulsiva, il riferimento culturale e identitario di un “brand” e di un progetto museale che attraggano turismo culturale. Sono convinto che il compito precipuo che deve svolgere il patrimonio culturale sia quello di risvegliare nell’anima dei calabresi la capacità di riconoscere la bellezza e l’armonia dei monumenti, delle città e dei paesaggi insieme alla piena consapevolezza dell’importanza che hanno la propria storia ed i valori simbolici ad essa collegati. Basta, dunque, con questo barbaro invasore del quale non sappiamo neanche per certo che sia morto a Cosenza e del quale non abbiamo nessuna, neanche la più labile, traccia materiale o reperto archeologico da mostrare a chicchessia!

Ho sempre pensato e sentito di esser nato e cresciuto nella Città di Telesio e che il monumento-simbolo, “identitario” della mia Città fosse il Duomo, costruito nell’XI secolo, ma ricostruito, dopo un terremoto, nel XIII e consacrato, nel 1222, alla presenza di Federico II di Svevia o il Castello ristrutturato nel XIII secolo, ma le cui origini risalgono all’XI secolo,o, addirittura, all’epoca dei Brettii di cui Cosenza era la capitale, nel IV secolo a.C.

Cosenza è, a pieno titolo, una delle “cento città” italiane e scrivendone il racconto storico delle sue origini e del suo sviluppo, in articoli scientifici e divulgativi, ho già provato a mettere in luce la ricchezza, la bellezza e la varietà di forme, dispiegatesi nel tempo e nello spazio, che contiene questa città: da capitale, nel 356 a.C., del popolo italico dei Bruttii a città medioevale, da ricco municipium romano ad importante centro urbano rinascimentale, scaturigine del pensiero filosofico di Bernardino Telesio. Una città che possiede un Duomo fra i più antichi e belli del Mezzogiorno, palazzi, chiese e conventi cinquecenteschi di straordinaria qualità architettonica, un importante Teatro di tradizione, un grande Parco cittadino piantato con essenze rare, una multiforme quantità di piazzette, strade e vicoli, una fitta presenza di strutture, abitazioni e mura di epoca romana e bruzia, emersa dagli scavi archeologici degli ultimi tre decenni. Questi elementi, tutti insieme, costituiscono l’immagine, lo specchio della fatica, della ragione e del sentimento degli uomini che, nel corso di ventiquattro secoli, hanno vissuto, lavorato, amato e sofferto in questo luogo. Non dovrebbe andar perduto neanche un muro, un tratto di vicolo, un portico, un balcone perché ogni elemento architettonico e urbanistico di questa città costituisce un’ineliminabile porzione della sua forma. Figurarsi, dunque, cosa possa significare assistere al crollo o, “horribile dictu”, alla demolizione selettiva di interi quartieri, come sta accadendo e come è già accaduto a Cosenza. 

Mentre la città vecchia si sbriciola sotto la pioggia e inesorabilmente rovina verso valle, l’Amministrazione comunale, in carica ormai da più di sette anni -invece di impegnarsi nella difficile, ma altrimenti esiziale, battaglia del risanamento del centro storico- ha investito soldi ed energie per promuovere ridicole ed infruttuose campagne di marketing turistico basate sulla leggenda del tesoro di Alarico al quale si vuole, persino, dedicare un museo virtuale che costerebbe 3,3 milioni di euro. Ha speso 20 milioni (e almeno altri 40 serviranno per le opere di urbanizzazione) per costruire un inutile ed enorme ponte, del tutto fuori scala, che collega il nulla con il nulla, ma disegnato da Santiago Calatrava. Un’Amministrazione che ha investito 16 milioni per una orrenda piazza con parcheggio sotterraneo per soli 300 posti nel centro della città moderna, ha dissipato alcuni milioni di euro in luminarie ed in un lungo elenco di altre opere consimili. Ha speso, a dimostrazione della totale indifferenza che possiede nei confronti del centro storico, quasi 400.000 euro per abbattere un gruppo di palazzi di fondazione medioevale affacciati su Corso Telesio, solo perché ritenuti, dall’Amministrazione medesima, pericolanti. 

I 90 milioni di euro che sono stati erogati dal precedente Governo per il Centro storico di Cosenza, dovranno essere impiegati avendo, chiara, un’idea della città, della sua antica e complessa storia urbanistica e monumentale. Come ho scritto più volte su questo giornale, questo cospicuo finanziamento dovrà essere impiegato per l’acquisto, il risanamento ed il riuso del maggior numero possibile di immobili privati e pubblici, mettendo in moto una grande, organica e, una volta tanto, indispensabile Opera Pubblica. Si provi ad immaginare quante intelligenze, quanto e quale immane lavoro saranno necessari, ma anche quante e quali ricadute culturali, sociali ed economiche avrà l’avvenuto restauro del patrimonio culturale sedimentatosi per più di due millenni sul colle del Pancrazio. 

Una grande responsabilità, oltre al merito di avere ottenuto questo imponente finanziamento, ricade sulle spalle di chi dovrà gestire questa  avvincente operazione di Rinascita di Cosenza. Bisognerà che si disegni e si metta in atto, nei modi più trasparenti e partecipati, il più grande e complesso progetto strutturale mai concepito per una città calabrese, da calabresi. Un storico progetto, quello della Rinascita di Cosenza, che dovrà avere il senso di ribaltare tutti i luoghi comuni non solo sui cosentini, incapaci di ideare e realizzare il proprio futuro, ma su tutti i meridionali. Il restauro di Cosenza vecchia potrebbe e dovrebbe mettere in moto, come da Matera, un meccanismo virtuoso che sarebbe di stimolo per tutta la regione e grazie al quale il nostro patrimonio culturale e paesaggistico verrebbe correttamente reinterpretato e riguadagnato alla vita contemporanea, generando un profondo e indispensabile senso di appartenenza, di identificazione e di cittadinanza nei cosentini e nei calabresi.

Ci sono possibilità di poter fermare questa follia storica ? 

Sì, per fortuna, c’è la concreta possibilità di fermare questa assurda visione storica e urbanistica dell’architetto Occhiuto non solo per quel che riguarda il Museo del Nulla-Alarico, per il quale stiamo aspettando che si tenga un tavolo tecnico con la Direzione Generale del Mibac, ma c’è la fondata possibilità che si riescano a fermare una serie di Grandi Opere che sfigurerebbero, più di quanto non sia già avvenuto, l’intera città.   La cosiddetta metro leggera, il Planetario, il Parco acquatico, il Parco del benessere, il Parco della Scienza, l’Ovovia etc. etc. sembra che non abbiano, ma è un argumentum ex silentio,  nessuna autorizzazione paesaggistica, nessun parere positivo da parte della Soprintendenza, non rispetterebbero il vincolo dei centri storici, ai sensi della legge 42 del 2004, non rispetterebbero nemmeno il QTRP del 3.08. 2016 della Regione medesima che, nel Tomo IV, fornisce disposizioni particolarmente precise e conservative per i fiumi calabresi. Tutte queste Grandi Opere – la cosiddetta metro leggera, il Ponte di Calatrava, il Planetario, il Museo del Nulla, il Parco acquatico e quello della Scienza- poste a ridosso delle due rive del Crati dovrebbero, o avrebbero dovuto, rispettare le normative regionali riguardo al paesaggio fluviale. Ci troveremmo, dunque, nella spiacevole situazione nella quale il Comune di Cosenza avrebbe già violato e continuerebbe a violare Leggi statali e regionali, ma, soprattutto, ci troveremmo di fronte alla ancora più spiacevole situazione nella quale la Regione Calabria, che ha finanziato ed appaltato un progetto da quasi 200 milioni di euro complessivi per la metro, avrebbe violato le sue stesse Leggi.

    L’attacco finale alla mia, alle nostre, città è stato sferrato, ma è stato sferrato in primo luogo contro i titolari del diritto alla città: i cittadini medesimi.  Noi cittadini dobbiamo reclamare il diritto alla città, dobbiamo rivendicare il potere di dar forma ai processi di urbanizzazione, ai modi in cui le nostre città vengono costruite e ricostruite, e dobbiamo rivendicare il potere di farlo in maniera radicale. Propongo la costruzione di un coordinamento fra gli abitanti delle città calabresi -potrebbe chiamarsi “Diritto alle città”- che si opponga alle cementificazioni e a queste devastazioni urbane e del paesaggio rurale, che si opponga all’esproprio dei nostri diritti costituzionali e civici.  Smettiamo di essere masse indistinte e prive di consapevolezza collettiva che popolano le città calabresi e proviamo ad essere una serie di comunità, una serie di comunità che abbiano, ognuna, la piena coscienza comune del nostro diritto alle città. Perché le città sono la rappresentazione materiale dei più importanti conflitti politici, sociali, culturali ed economici del nostro tempo.

 

Il Meridione, 13 settembre 2018