Caro direttore, l’Italia sembra ormai sprofondata nella più cupa ignoranza, siamo l’ultimo Paese in Europa per numero di laureati rispetto al totale della popolazione (metà della Germania

all’incirca), l’abbandono degli studi anche prima della scuola dell’obbligo è diventato un’epidemia, vantiamo il più alto tasso di giovani che non lavorano e non studiano. In certi quiz di fronte a domande su Hitler e Mussolini, giovani sicuramente diplomati e magari laureati li collocano nel 1970 o ’80… Da accasciarsi piangenti. Le vendite dei giornali sono crollate perché dicono che loro “si informano sul web”. E si vede.

A tutto questo potrebbe porre un argine la Rai-Tv che continuiamo a chiamare “la più grande azienda culturale del Paese”. Una volta forse. Oggi, tranne la benemerita Radio 3, le pagliuzze di cultura dobbiamo ricercarle col lanternino. Eppure la cultura fa ascolti: Billy rubrica di libri di Bruno Luverà è una delle trasmissioni di più alto share di Rai 1. Lo stesso Osvaldo Bevilacqua, da decenni, con Sereno variabile, a metà fra il culturale e il turistico, tiene su gli ascolti estivi di Rai2 e altrettanto Geo&Geo su Rai3 anche con le repliche.

Per contro la Rai ha cancellato nell’ultimo ventennio tutte le altre trasmissioni ambientali settimanali nel momento in cui il tema Ambiente incombe nel mondo: via Ambiente Italia con le sue scomode inchieste, via Tg Montagna, Bellitalia ridotta a una cosina domenicale, Linea Verde “spettacolarizzata” con comici e altro, Nel Regno degli animali estinta da secoli, e via di questo funebre passo.

Del resto fra i 1.760 giornalisti a contratto la Rai, dai tempi del rimpianto Gregorio Zappi, non ha più un redattore o una redattrice che sappia davvero di musica. Tant’è che dobbiamo sorbirci come grande tenore Andrea Bocelli, che un’opera non è mai riuscito a cantarla e che l’altra sera all’Arena di Verona si è voluto provare in un Di quella pira da piangere rispetto ai veri tenori che l’Italia, malgrado la crisi della didattica vocale, ha, Vittorio Grigolo o Francesco Meli per esempio. Strombazzata per giorni su Rai 1 come “evento dell’anno”, la serata con Bocelli ha raccolto meno spettatori di Techetechetè e pochi di più di Reazioni a catena. Giustamente, la prima è una trasmissione rievocativa della Rai d’antan che spesso era di gran classe. Penso al duetto Mina-Battisti, indimenticabile.

Ma anche per la vasta e sempre declamata tematica della Grande Bellezza, cioè dei beni culturali e paesaggistici, andati in pensione, anni fa ormai, Tina Lepri del Tg2 e Fernando Ferrigno del Tg3 (e di Bellitalia) la Rai non ha allevato nessun redattore specialista della materia (sulla quale si sentono nei Tg castronerie a non finire). Rimane, isolato, Igor Staglianò, ora a Rai1 autore di splendide inchieste come quella sui Parchi o sull’abusivismo. Solo però.

Possibile che un’azienda da 13.000 dipendenti dei quali 1.760 giornalisti, con un bilancio di 2 miliardi e 340 milioni di euro (più di tutto il ministero per i Beni culturali) al 73 % da canone, non trovi il modo di organizzare dei corsi di formazione giornalistica per le materie più schiettamente culturali come musica, arte, archeologia, architettura, paesaggio? Possibile che queste materie vengano delegate (quando lo sono) ai canali satellitari con ascolti pari a prefissi telefonici?

Tutti prodotti da esportazione fra l’altro, mentre dobbiamo sorbirci su Sky certe “americanate” indicibili, come quella su Raffaello morto perché aveva troppe femmine assatanate, quando si sa che perì di malaria, ucciso dai medici che gli cavarono sangue e lo fecero collassare… Non che non amoreggiasse, ma di sesso non è mai morto nessuno, a 37 anni.

FQ| 13 settembre 2018