Uno dei metodi più efficaci per garantire la manutenzione del patrimonio storico è la realizzazione della Carta del rischio del patrimonio culturale.

La Carta del rischio non è altro che una applicazione sistematica del concetto di restauro preventivo messo a punto da Cesare Brandi (già fondatore dell’Istituto Centrale del Restauro),

fin dall’inizio degli anni ’60 del secolo scorso. Esso consiste in un superamento del concetto di restauro inteso come intervento diretto sull’opera d’arte. In altri termini il restauro direttamente effettuato sull’opera artistica, architettonica o archeologica viene ad essere considerato l’ultimo dei rimedi ragionevolmente attuabili. Si dà invece importanza alla molteplicità dei piccoli frequenti interventi di manutenzione programmata, che hanno il vantaggio di non provocare effetti invasivi sull’opera e si dà contemporaneamente grande rilievo alle attività di prevenzione dei danni. La prevenzione è qui intesa come mitigazione e allontanamento dall’opera d’arte delle azioni e delle condizioni ambientali che possono minacciarne la conservazione. Si tratta di azioni aggressive di tipo meccanico o di tipo termoigrometrico (condizioni sfavorevoli per quanto riguarda temperatura, umidità, velocità o inquinamento dell’aria), ma ci si riferisce anche ad azioni macroinvasive quali i terremoti, nei cui confronti la prevenzione consiste nel mantenimento di un ragionevole buono stato di conservazione delle strutture e nella esecuzione di piccoli interventi mirati di miglioramento antisismico. Sono analogamente applicabili azioni preventive nei confronti di altri eventi geologicamente aggressivi quali, ad esempio, le frane o le alluvioni.

La Carta del rischio, applicabile sia sugli edifici monumentali che sulle loro decorazioni, consiste in pratica nella schedatura delle diverse parti dei dei monumenti per individuarne gli elementi più vulnerabili, le debolezze, il degrado cioè la vulnerabilità. Si procede poi alla individuazione dei fattori che possono mettere a rischio il monumento: probabilità di terremoti, movimenti del terreno, alluvioni: la pericolosità. Viene infine attribuito ad ogni monumento un indice di valore in funzione della sua rilevanza storico-artistica ed anche del rischio derivante dal numero e dalla frequenza degli utilizzatori: scuole, chiese, teatri, edifici molto abitati. 

I tre indici di vulnerabilità, pericolosità e valore connessi in un algoritmo indicano il rischio cui è soggetto ogni monumento in una scala generalmente variabile da 1 a 5.

 Con un parallelo semplificativo l’indice di rischio può ricordare la scala del codice del triage di un pronto soccorso. Il paragone  non è così fuori luogo visto che la scheda utilizzata per tracciare lo stato di conservazione dei monumenti è stata chiamata appunto scheda sanitaria.

Il Laboratorio di diagnostica per i beni culturali di Spoleto, grazie ad un finanziamento regionale, ha realizzato la Carta del rischio del patrimonio culturale per i comuni di: Citerna, Città di Castello, Fossato di Vico, Gubbio, Monte Santa Maria Tiberina, Montone, Pietralunga, San Giustino, Spoleto in Umbria. In questi comuni sono stati sottoposti a schedatura conoscitiva 845 edifici vincolati  o di uso pubblico per valutarne la vulnerabilità e il valore in rapporto alla pericolosità del territorio.

Naturalmente si tratta di una rilevazione speditiva per la necessità di conoscere i risultati in tempi abbastanza rapidi, ma consente comunque di indirizzare la programmazione degli interventi di manutenzione e restauro, o, quanto meno, di mettere in evidenza quali siano gli edifici meritevoli di attenzione che richiedono ulteriori approfondimenti perché si trovano in condizioni di maggiore rischio. 

La Carta del Rischio, dopo 25 anni dalla sua prima sperimentazione presso l’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro di Roma, è divenuto ormai uno strumento di conoscenza abbastanza coerente che permette di rilevare lo stato di conservazione di quegli edifici storici che costituiscono una parte così imponente della bellezza e del patrimonio culturale dell’Umbria e di tutta l’Italia.

Insomma la Carta del rischio è il tipico strumento di supporto alle decisioni, che, sulla base di informazioni multisettoriali, consente ai responsabili politici e amministrativi di motivare le priorità delle scelte di intervento e della allocazione delle risorse finanziarie. Essa contiene nel proprio DNA la sintesi più innovativa del concetto di conservazione sviluppatosi in Italia dalla fine del secolo scorso come razionalizzazione evoluta delle indicazioni metodologiche messe a punto dall’Istituto Centrale del Restauro (ICR), oggi Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro (ISCR). 

 

Abstract del volume “Umbria patrimonio culturale a rischio” a cura di Pio Baldi