È una sorte di ode al mito della biblioteca l’articolo di Stuart Kells pubblicato di recente sulla rivista di critica letteraria «The Paris Review».

L’era digitale sembra procedere incontrastata. E nel suo incedere cerca di scrollarsi di dosso ogni vestigia del passato che non s’inchini al progresso della tecnologia e all’idea di moderno e post-moderno. Eppure c’è qualcosa che continua a opporre una strenua resistenza a questo processo: la magia della biblioteca. Quella polvere che non è segno di incuria ma ornamento di carte preziose e di documenti ingialliti; quell’odore inconfondibile di libri antichi che sembra rievocare l’aroma di epoche trascorse; quelle eleganti rilegature che valgono quanto il contenuto stesso dei capolavori di cui sono la rifinitura: il tutto converge a formare una miscela appunto magica, che può essere apprezzata e gustata fino in fondo solo da chi ama veramente il libro e l’universo che rappresenta. 

È una sorte di ode al mito della biblioteca l’articolo di Stuart Kells pubblicato di recente sulla rivista di critica letteraria «The Paris Review». È un’ode che si richiama all’appassionata difesa del libro e della cultura cartacea, entrambi a rischio estinzione proprio a causa dell’imperversare della tecnologia digitale, intessuta dallo scrittore australiano nell’opera, che ne ha consacrato la notorietà nell’ambito letterario, intitolata non a caso The Library. A Catalogue of Wonders (2017). Il pericolo, appunto, è che le fantasmagorie che costellano l’era digitale facciano perdere di vista le tante meraviglie che ogni biblioteca, anche la più piccola e la più remota, gelosamente custodisce. Kells ricorda, citando i dati della Library Map of the World, che attualmente nel mondo ci sono più di due milioni di biblioteche pubbliche; ancor più numerose, e ovviamente non censibili, sono quelle private. E sono soprattutto queste, sottolinea Kells, a configurarsi — grazie a donatori dotti e sensibili — come un baluardo a difesa di un’inestimabile eredità culturale che «mode passeggere, crassa ignoranza e letale frivolezza» rischiano di mortificare. 

Le biblioteche, evidenzia lo scrittore australiano, sono della gente e per la gente: in quanto tali costituiscono un’esemplare espressione del valore della democrazia. Esse non chiedono mai al visitatore di giustificare la sua presenza. Spazi così liberi ne esistono sempre meno nelle città. E poi c’è quel contatto fisico tra la mano del lettore e il libro che è quanto mai difficile da definire con parole precise, valide una volta per tutte. In verità è ormai esteso l’uso, in gran parte delle biblioteche, di impedire a fini precauzionali, con avvisi affissi sulla parete, quel contatto, soprattutto nei casi di manoscritti molto antichi e facilmente deperibili. «Eppure sono convinto — afferma Kells — che quell’avviso è quasi sempre superfluo, perché chi entra nella biblioteca, lo fa di sua spontanea volontà, è un atto d’amore. Di conseguenza quel sacro rispetto che si deve anzitutto ai libri “anziani” non sarà mai tradito dal visitatore». La biblioteca, rileva, è come un luogo di culto: i rituali da osservare sono sempre gli stessi. Si confermano e si radicano, e non si cambiano col passare del tempo. 

Lungo i secoli, ricorda lo scrittore, si è assistito alla distruzione di numerose biblioteche a causa dei conflitti armati. La cancellazione dei libri ha sempre avuto una potenza sinistra e malvagia: per estinguere una cultura, infatti, non c’è modo migliore e più nefasto che ridurre in cenere i libri. Nel citare, al riguardo, drammatici esempi offerti dalla storia recente, Kells fa riferimento ai manoscritti di eccezionale valore che sono stati distrutti o trafugati dal museo archeologico e dalla biblioteca nazionale di Baghdad. Già negli anni settanta del secolo scorso, Louis Wright, celebre direttore della Folger Shakespeare Library a Washington, aveva espresso il timore che i libri raccolti, con amorevole cura, nelle biblioteche avrebbero dovuto cedere, prima o poi, il passo ai computer e che le nuove generazioni avrebbero riconosciuto nel libro non un fidato compagno di viaggio, ma solo un relitto appartenente a un’era ormai trascorsa. 

Ma Kells, pur consapevole dei gravi rischi che incombono sull’universo culturale cartaceo, si dice ottimista. Perché il passato, quello che affonda le radici nel sapere autentico, è duro a morire. Ed è quindi auspicabile che i veri lettori, amanti del libro, seguano fedelmente le orme del gran visir persiano Abdul Kassem, il quale possedeva quattrocento cammelli che portava sempre con sé. Questi cammelli — che trasportavano la sua biblioteca, ricca di 117.000 libri — erano allenati a procedere in un ordine ben stabilito, in modo che i libri fossero sempre allineati in ordine alfabetico: dal primo all’ultimo di questa carovana letteraria. Un omaggio, dunque, al valore del passato che aiuta a vivere nel presente. Un omaggio espresso in modo esemplare sul frontone della biblioteca pubblica di Murcia in Spagna: «La biblioteca è il luogo dove i morti aprono gli occhi ai vivi».

 

Osservatore Romano, 1 agosto 2018