Intervista di Lorenzo D’Albergo a Adriano La Regina 

“Non si investe più in tutela, mancano i fondi e il personale E adesso rischiamo il rimpallo di responsabilità”

Adriano La Regina, archeologo e soprintendente di Roma dal 1976 al 2004, fatica a venire a patti con il crollo di San Giuseppe dei Falegnami. «Le foto? Le ho viste. Sono piuttosto scioccato. Lasciano un grande sconforto e l’urgenza di andare nel dettaglio. Serviranno sopralluoghi, si dovrà capire quali opere di manutenzione hanno interessato la chiesa negli ultimi anni. Non è normale che accadano eventi del genere, peraltro nel cuore della capitale».

Professore, chi è entrato con i vigili del fuoco dopo il crollo ha subito tirato fuori il paragone con il ponte Morandi di Genova. Cosa ne pensa?

«Purtroppo i due casi sono collegabili. Gli italiani ormai si stanno abituando a vedere trattato in questo modo il loro patrimonio storico e artistico. Lo stesso discorso vale per le infrastrutture. Non si investe più nella manutenzione ordinaria e straordinaria».

Questo è un appunto che dovrebbe essere girato al Mibact.

«Il nuovo ministro, Alberto Bonisoli, si è insediato da talmente poco tempo… è difficile capire in quale senso voglia orientare la barca. Il suo predecessore, Franceschini, ha pensato molto ai musei. Adesso bisogna occuparsi alla tutela del patrimonio diffuso sul territorio».

Come? Cosa suggerirebbe al ministero?

«Spiegherei che lavorare per e nei musei è la cosa più semplice di questo mondo, io lo so bene.

Invece servono investimenti per difendere i beni che sono fuori dalle teche. Questo è l’appello che voglio rivolgere al ministro, al Vicariato, al Campidoglio e alle Soprintendenze».

Nel caso di San Giuseppe dei Falegnami quali responsabilità possono essere isolate?

«La proprietà è del Vicariato, che deve occuparsi della manutenzione della chiesa dopo aver sottoposto alla Soprintendenza tutte le opere che vuole portare a compimento.

Dal Mibact a quel punto dovrebbero vigilare sui lavori, per controllare che si concludano a regola d’arte. Ed è qui che torna il problema del territorio e degli investimenti».

Cosa vuol dire?

«Che va recuperato il ruolo delle Soprintendenze, uno dei fiori all’occhiello della pubblica amministrazione. I loro architetti e i loro tecnici sono molto validi, ma ce ne sono sempre di meno.

Servirebbe una campagna acquisti di qualità. Per troppi anni si è stretta la cinghia. E ora, a partire da Roma, si iniziano a raccogliere i frutti di questi risparmi. Rischiamo di entrare in uno stato di emergenza s e non si riuscirà a invertire la rotta in tempi stretti. I problemi d’altronde stanno venendo fuori, sono sotto gli occhi di tutti».

Quali sono?

«Oltre alla mancanza di risorse, sia economiche che umane, ci sono difficoltà di gestione evidenti. Gli iter burocratici e le comunicazioni tra le diverse strutture, poi, sono molto complessi. Manca una direzione chiara e prima non era così».

Cosa è cambiato?

«Anni fa il ruolo delle Soprintendenze era determinante. Ora sono diventate una voce tra tante quando si apre una conferenza dei servizi. Ed è qui che si creano problemi. È sufficiente rifletterci per qualche istante: in tutti i decenni passati non ricordo crolli di questo tipo.

Certo, ci sono stati quelli causati da incendi o dai terremoti.

Avvenuti, insomma, per cause accidentali o naturali. Di disastri come quello di San Giuseppe dei Falegnami, nel pieno centro di Roma, non se ne trovano poi troppi nella storia della capitale».

Invocava un’inversione di intendenza. Da dove si può ripartire?

«Le istituzioni, dal ministero in giù, dovrebbero fare un profondo esame di coscienza.

Vanno ridate le responsabilità a chi ha le giuste competenze per assumersele. Sono state ridotte, deviate. Fare un esame approfondito su quanto accaduto al tetto della chiesa rischia di essere un’impresa.

Immagino che sulle responsabilità potremmo dover assistere a un grosso rimpallo.

Auspico che il nuovo ministro riesca a ridare slancio alla tutela del territorio e a ridefinire il ruolo dei suoi tecnici. Debbono tornare a essere centrali. Ne va della salute dei nostri beni».

 

Repubblica, 31 agosto 2018