Roma a pezzi. Ciò che nel Codice dei beni culturali del 2004 veniva strettamente collegato (conoscenza-tutela-valorizzazione), vede oggi l’assoluto predominio della commercializzazione e del marketing culturale, che genera un’attenzione compulsiva su poche eccellenze lasciando nel buio tutto il resto

Era il 1957 quando Cesare Brandi, fondatore e per vent’anni direttore dell’Istituto Centrale del Restauro di Roma, denunciava in Parlamento «l’assoluta inadeguatezza, ma nell’ordine di uno ad un milione, dei fondi a disposizione per il patrimonio artistico; l’insufficienza quantitativa del personale; la mancanza di una coscienza politica dell’importanza della preservazione del patrimonio artistico». Sessant’anni dopo, il grido di dolore di Brandi è tanto più attuale: dal 2000 al 2008 gli stanziamenti del ministero per i Beni e le Attività Culturali ammontavano ad una quota pari allo 0,3% circa del bilancio dello Stato, riducendosi negli anni successivi fino allo 0,19% (2014-2015). Soltanto nel biennio 2016-2017 si è registrato un incremento rispettivamente dello 0,26% e dello 0,25% del bilancio dello Stato, nonostante ciò le percentuali rimangono incredibilmente basse sia per la diffusione capillare di opere d’arte ed edifici storici nel territorio nazionale sia rispetto a quanto gli altri paesi europei investono in questo settore.
Richiamare queste cifre a seguito dell’ennesimo disastro potrebbe sembrare la più semplice delle risposte. Eppure quando il Mibact nel 2016, sotto la direzione del ministro Franceschini, ha proceduto all’assunzione di 500 funzionari (architetti, archivisti, archeologi, restauratori, storici dell’arte, promotori ed esperti di comunicazione, bibliotecari, antropologi e demoetnoantropologi) era ben consapevole che il numero di posti vacanti nelle soprintendenze era tre volte superiore. Inoltre, soprattutto nel caso degli storici dell’arte, ai neoassunti è stata data la possibilità di scegliere come destinazione uno dei venti grandi musei autonomi appena creati dalla riforma voluta dallo stesso Franceschini. E se ci si aggira per i corridoi di qualsiasi soprintendenza territoriale si notano uffici vuoti, stanze chiuse e pratiche accumulate sopra le scrivanie.
La scissione tra musei nazionali e patrimonio artistico del territorio e la gerarchizzazione tra musei di serie A (venti grandi istituzioni dagli Uffizi a Capodimonte, da Brera all’Accademia di Venezia) e di serie B (i tanti e preziosi musei nazionali delle città di provincia) è indubbiamente il nodo più delicato della riforma Franceschini e spiega molte delle ragioni dell’estrema difficoltà in cui versano i nostri beni culturali. Tale criticità va di pari passo con la tendenza ormai decennale di privilegiare la valorizzazione a scapito della tutela. Ciò che nel Codice dei beni culturali del 2004 veniva strettamente collegato (conoscenza-tutela-valorizzazione), vede oggi l’assoluto predominio della commercializzazione e del marketing culturale, che genera un’attenzione compulsiva su poche eccellenze lasciando nel buio tutto il resto.
È stato giustamente sottolineato che la chiesa di San Giuseppe dei Falegnami era stata restaurata appena tre anni fa con un finanziamento pubblico (Lr 27/90) e assieme della Conferenza Episcopale Italiana di 747.621,40 euro, ma qualcosa non ha funzionato, anche nei controlli sui lavori eseguiti. Un po’ ovunque avremmo bisogno di restauratori esperti, cantieri seguiti da bravi funzionari di soprintendenza perché tanti sono i crolli o i disastri annunciati.
Non ha suscitato lo stesso clamore del caso romano, ma a Pisa nel 2015 è crollato parzialmente il tetto della duecentesca chiesa di San Francesco, che accoglieva, tra le altre, due tavole di Cimabue e Giotto oggi esposte al Louvre: incredibilmente a tre anni di distanza non sono ancora cominciati i lavori di restauro, la chiesa è puntellata, mentre anche il chiostro minaccia di andare in rovina.
Se oggi è la valorizzazione ad attirare la maggior parte dei finanziamenti, tutela e conservazione sono attività sempre più rare. Tutto il contrario di ciò che stabilisce il Codice dei beni culturali e del paesaggio secondo cui la tutela «è diretta a riconoscere, proteggere e conservare» un bene affinché possa essere offerto alla conoscenza e al godimento collettivi. Per tutelare un bene bisogna prima riconoscerlo come tale, operazione quanto mai difficile in un paese in cui la storia dell’arte, grazie alla riforma Gelmini del 2008 ed alla legge 107 del 2015, è quasi sparita dai programmi delle scuole secondarie. D’altronde, se si conoscono appena una decina di acclamati capolavori, quelli e quelli soltanto si vogliono vedere e dunque tutelare. Il resto può anche crollare.

 

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