Nella maggior parte dei casi siamo abituati a occuparci di opere d’arte che indipendentemente dalle loro dimensioni sono tutte accumunate da un aspetto singolare: la loro pienezza, solidità.

Esse sono, cioè, quelle che possiamo definire anche pieni artistici, architettonici, oggetti cioè tangibili, come potrebbe essere una scultura o meglio ancora un palazzo se il riferimento è la dimensione cittadina. Ebbene proprio di quei pieni urbani e umani particolari che chiamiamo città, i vuoti rappresentano, attraverso un legame inscindibile, la quintessenza, e ciò non tanto perché si pongono in un’antitesi ontologica rispetto ai pieni ma perché educano a una diversità che è propria, quella di ciò che è essenzialmente visibile. Lo spazio urbano è, però, una particolare forma di assenza ed è tale in ogni caso da non giustificarne un’altra, quella cioè delle pubbliche amministrazioni chiamate ad averne cura. 

Sono di questi giorni le immagini (la situazione è, però, la medesima durante tutto l’anno) sconcertanti fatte di spazzatura, e soprattutto infilate di cassonetti e tonnellate di asfalto nel cuore antico di Bari, largo San Sabino, alle spalle cioè della cattedrale. Uno spazio pubblico, nel centro più storico e rappresentativo del capoluogo pugliese, caratterizzato da una significativa forma approssimativamente trapezoidale che solo l’incuria, anzi la scarsa lungimiranza culturale della politica locale, ha trasformato in un manto di nero asfalto destinato a parcheggio e, soprattutto, all’ipostasi del pensiero. E non basta, perché il danno, e con esso la beffa, si acuiscono considerando che il valore di quello spazio scaturisce anche dal fatto che su di esso si affacciano edifici storici, pure restaurati recentemente, destinati al Museo Diocesano, al Segretariato Regionale del MiBAC (sotto le cui finestre quei cassonetti sono un vero capolavoro di Trash-art) oltre a quanto già ricordato. Non un albero, non il verde di un prato, solo nero asfalto, auto e cassonetti; pura allegoria di uno stato mentale inquietante. 

A vederlo così quel luogo viene in mente il programma politico di Cettola Qualunque (alias Antonio Albanese) fatto di montagne di cemento e asfalto e qui attuato, materializzato pienamente in quel lembo del centro storico di Bari da un altro Antonio, il sindaco Decaro. Se c’è un’emergenza dilagante (dalla Firenze del sindaco Nardella, alla Bari di Decaro, alla Roma della Raggi e così via) tutt’altro che esplorata (e prossimamente indagheremo questo aspetto del contemporaneo) nella sua dimensione nefanda, è forse proprio quella dei vuoti urbani pubblici sempre più infelice esempio della peggiore fake-architettura perché fatta di promesse non mantenute, di occhi chiusi e della la più bieca ignoranza artistica. I politici che, quando va bene, rispondono a critiche e osservazioni si arroccano dietro una frase naturalmente fatta (perché mancano anche d’inventiva linguistica) come: «Rispetto la tua opinione ma a me piace così» che, anzi, più coerentemente con il pensiero cettoliano, dovrebbe essere: «A me mi piace»”.