Queste gratuità comandate dall’alto servivano solo al ministro Franceschini per enfatizzare le cifre dei visitatori

I pareri favorevoli dei direttori, italiani e stranieri, dei grandi Musei alla decisione del ministro

Alberto Bonisoli di sostituire le prime domeniche del mese gratis con forme flessibili di gratuità decise dagli stessi responsabili dimostrano che egli ha ascoltato i propri tecnici. Al contrario di Dario Franceschini che imponeva dall’alto misure spesso propagandistiche o cervellotiche. Come la sua Riforma/Deforma che fa acqua da tutte le parti.

Cervellotiche erano le domeniche gratis anche in piena stagione turistica per siti già visitatissimi come il Colosseo (oltre 20.000 di media al giorno, 35.000 in quelle domeniche, un delirio) o Pompei, oppure per Musei quali gli Uffizi o l’Accademia di Firenze. Esse sottraevano incassi che pure Franceschini magnificava (anche se gli introiti totali di siti e musei forniscono il 7-8% appena del bilancio del Mibac), generavano una  calca e una confusione incredibili, con danni anche seri. Molti uscivano scontenti per non aver visto spesso quasi nulla. In certe situazioni di calca estiva bisogna graduare bene gli ingressi altrimenti nei luoghi chiusi l’umidità conosce picchi incredibili e tele e affreschi ne soffrono. “Pensi lei”, mi diceva anni fa Antonio Paolucci quando dirigeva gli Uffizi, “se i visitatori sono cinquemila le ascelle che sudano sono però diecimila, come i piedi che strascicano, e così via, sono prosaico? No, realista”. 

Per prima cosa Franceschini aveva abolito gli ingressi gratuiti,fruibili tutto l’anno, per gli anziani over 65, molto spesso residenti, impedendo a nonni e nipoti di andare insieme al museo. Al suo posto, una misura imposta dall’alto la prima domenica del mese che contraddiceva una razionale programmazione delle visite e la stessa autonomia reclamata per i direttori dei maggiori musei. Essa può funzionare per il piccolo Museo statale periferico dove si possono allestire anche mostre o lezioni attraenti di storia e di archeologia locale. 

In realtà, queste gratuità comandate dall’alto servivano al ministro Franceschini per enfatizzare le cifre dei visitatori. Gli ingressi gratis si possono valutare a spanne. E a spanne ogni anno ingigantivano garantendo (si giurava) la “fame di cultura degli italiani”. Che, vista l’abissale ignoranza nazionale, richiederebbe una didattica museale capillare. Che c’è soltanto a macchie (rade) di leopardo. L’ultima stima delle domeniche gratis parla di oltre 3.500.000 di visitatori. Non basta: al Pantheon – tuttora senza ticket nonostante gli sforzi di Franceschini – gli spannometri ufficiali assegnano, tutto fa brodo, ben 8 milioni di visitatori, 23.000 in media al giorno accalcati in piazza del Pantheon, una Curva Sud e mezzo della Roma. Roba da scoppiare a ridere. Per non piangere. Ma si può?

Si obietta: coltiviamo il “valore della gratuità”. Giustissimo. Personalmente renderei gratuiti tutti i musei, i siti e i parchi (come Boboli o Capodimonte) alla maniera di Londra: sarebbe un richiamo turistico strepitoso. Lo è stato per la capitale britannica che ha visto crescere del 50 % il turismo culturale. Parallelamente si dovrebbe incrementare almeno da 2 a 3 miliardi il magro bilancio dei Beni culturali per il quale siamo, scandalosamente, al  23° posto  in Europa, prima delle sole Grecia e Romania. Li recupereremmo in abbondanza dall’indotto turistico. Modello ardito, per ora. 

Misure utili: a) ripristino della gratuità generale per gli ultra 65enni; b) domeniche gratis flessibili a discrezione dei direttori; b) meglio per i piccoli musei; c) tessere da 5 euro l’anno per i residenti con libero accesso a scavi e musei, sul modello del Comune di Roma. E mano alla Riforma della Deforma che vede l’Appia Antica senza sede, né mezzi, né personale e 18 milioni stanziati invece futilmente per una Arena gladiatoria al Colosseo. Roba da matti.

IL FATTO, 3 agosto 2018