Sparito da Palermo la notte del 17 ottobre 1969, al centro di molti racconti e rivelazioni di pentiti, oggi è di nuovo tirato in ballo dalle rivelazioni del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo

Rubato una notte di pioggia da una batteria di ladri, poi consegnato alla mafia e rivenduto in Svizzera a ricettatori senza scrupoli che l’hanno frantumato in sei-otto parti, come sostiene la commissione Antimafia, oppure ancora integro nel suo originario splendore e conservato a casa di un boss palermitano, come sostiene uno dei collaboratori più informati dei segreti tra Stato e Cosa nostra, Franco Di Carlo?

Per risolvere il giallo del Caravaggio rubato dall’altare maggiore dell’Oratorio di San Lorenzo a Palermo, la notte tra il 17 e il 18 ottobre 1969, la Procura riparte dall’interrogatorio di Guido De Santis, uno dei (presunti) ladri che quella notte, secondo il pentito Gaetano Grado, staccarono dalla cornice la tela con un taglierino, la caricarono su un furgone Om per poi, scoperti da Grado, consegnarla allo stesso boss, che l’affidò al suo capo mandamento Stefano Bontade e da questi venne infine “girata” all’allora capo dei capi Tano Badalamenti, in contatto con un ricettatore svizzero venuto in Sicilia per acquistarla. E per dividerla “in sei o otto pezzi”, come si usava allora per accarezzare l’ego degli acquirenti, tutti così possessori di un pezzo del Caravaggio, e ovviamente realizzare il massimo profitto. Ma questa è solo l’ultima verità raccolta dalla commissione Antimafia che riscrive 25 anni di indagini dei carabinieri del nucleo tutela patrimonio artistico, più volte arrivati ad un passo dalla tela che il pentito Giovanni Brusca indicò come uno dei prezzi della Trattativa (Natività in cambio di un alleggerimento del 41 bis) e Salvatore Cancemi come un “trofeo” esposto da Cosa nostra durante le riunioni della Cupola.

Per anni gli investigatori dell’Arma seguirono una pista che partiva da un’imbeccata del fratello di un boss della famiglia di Porta Nuova, interrogato in un paesino della Calabria, dove faceva il commerciante: “Il Caravaggio me lo ricordo bene – disse –, ci ho pure passeggiato sopra, visto che lo avevano srotolato nella stanza dove era sistemata la mia brandina. Ricordo che era rovinato in uno degli angoli, lo hanno strappato leggermente tirandolo fuori dall’ascensore”. Da quella casa nei pressi di corso Tukory, nella zona dell’Università, il quadro sarebbe stato portato a Ponte Ammiraglio e affidato al boss Pietro Vernengo, per poi finire nelle mani di Rosario Riccobono, a capo della famiglia di Resuttana, dalla parte opposta della città, per poi finire di nuovo alla cosca di Porta Nuova, a Gerlando Alberti, detto ’u paccarè, che l’avrebbe seppellito avvolto in un tappeto dentro una cassa in un terreno di sua proprietà.

A rivelare questi ultimi dettagli fu suo nipote, Vincenzo La Piana, che indirizzò i carabinieri nel luogo del seppellimento avvertendo che probabilmente non avrebbero trovato nulla: “Difficilmente mio zio ha lasciato lì il suo tesoro”. E nulla venne infatti trovato, ma si scoprì che ’u paccarè aveva tentato di vendere il quadro per ben tre volte, come riveleranno altri collaboratori: la prima a Milano, con il trasporto della tela, la seconda nel ’74, nella zona di Torino, e due carabinieri infiltrati arrivarono ad un passo dal recupero. E la terza nel ’79, poco prima dell’omicidio di Boris Giuliano, quando a trattare l’affare fu un agente dell’Fbi, già della Cia e della Dea, amico di Giuliano: Tom Tripodi, una carriera spesa tra la Baia dei Porci a Cuba nel ’62, la custodia di Joe Valachi, il primo pentito di Cosa nostra in Usa e la caccia a Che Guevara in Bolivia. Tripodi si finse un emissario delle famiglie americane e arrivò anche lui ad un passo dal quadro. Che, per l’allora comandante del Nucleo tutela patrimonio artistico, il generale Roberto Conforti, scomparso lo scorso anno, che coordinò con grande passione e professionalità quella lunghissima indagine, sarebbe ancora integro: “Le tracce partono da Palermo e a Palermo si fermano, o lì tornano. Quel quadro forse non si è mai mosso dalla Sicilia. Probabilmente l’opera è nella disponibilità di qualche grosso esponente della delinquenza organizzata”, dichiarò nel 2002.

Ed è la stessa convinzione del collaboratore di giustizia Franco Di Carlo, che il quadro ha recentemente dichiarato di averlo visto nella casa di un boss di Partanna Mondello, nel 1981. “Ero stato contattato per via delle mie conoscenze all’estero e dei miei interessi in Inghilterra – ha detto –, mi venne chiesto se avessi potuto adoperarmi per piazzare la tela del Caravaggio presso qualche magnate amante dell’arte o attraverso aste. Ma dopo il 1981, anche a causa della guerra di mafia, non ne seppi più nulla. Secondo me la tela è integra ed è ancora in Sicilia”. E le parole di Grado? “Probabilmente – è la convizione di Di Carlo – fa confusione con un’altra vicenda legata ad un’opera d’arte. Una statua che, quella sì, venne portata in Svizzera, a Ginevra, dopo essere stata periziata da un’esperta”.

Alla Procura il compito di risolvere il nuovo giallo.

FQ| 25 giugno 2018