Non avevo visto, non la vedo mai, “Striscia la notizia”, ma mi hanno segnalato

che, venerdì 1 giugno, era andato in onda un “servizio”  sullo scavo archeologico di Sibari. Sono andato sul sito web della trasmissione per guardare il “servizio” in questione e sono rimasto basito nel vedere quella che sembrava essere una situazione di degrado avanzato nella cura delle strutture dell’antica città magnogreca. Non andavo sul sito dello scavo da più di un anno e mi sono molto stupito nel vedere le condizioni dello scavo, nonostante i molti soldi spesi per il ripristino del “Parco del Cavallo”, dopo l’alluvione del 2013. Nel “servizio” c’erano, però, molte cose che non mi convincevano del tutto, tanto da spingermi ad andare, l’ho fatto prima che ho potuto, a Sibari per verificare di persona lo stato del Parco archeologico che, insieme a questo giornale, abbiamo contribuito, per la nostra parte, a ripristinare.

Il Parco archeologico, checché ne dica “Striscia la notizia”, non si è allagato di nuovo, non è alla mercé di chicchessia, non è stato abbandonato. Lunedì 4 giugno ho fatto un sopralluogo per accertarmi delle condizioni della più importante area archeologica dell’intera Calabria, una delle più importanti della penisola. L’area mostrata nel servizio non è quella più vasta, importante e finanziata di “Parco del Cavallo” come si è voluto far credere, ma quella, molto meno conosciuta e frequentata, di “Casa Bianca” che non era stata interessata dal terribile allagamento del 2013. L’area in questione è, purtroppo, da sempre quella meno tutelata e valorizzata perché è, insieme a quella di “Prolungamento strada”, separata dallo scavo archeologico principale dalla famigerata SS 106 che taglia in due la città antica. La larga pozza d’acqua mostrata nel “servizio” è, purtroppo, ricorrente nello scavo di “Casa Bianca” a causa della risalita della falda acquifera sottostante che, in questo caso, non è stata ancora del tutto risolta, come a “Parco del Cavallo” per mezzo dei Wellpoints che captano l’acqua. L’ingresso all’area dello scavo, come nel caso anche di “Prolungamento Strada”, è, da sempre, libero perché la strada è una interpoderale che collega la SS 106 a molte aziende agricole che mal sopportano che la suddetta strada venga chiusa, o protetta, con un cancello.  Il posto di guardia che viene mostrato in stato di degrado, in realtà non è mai stato in funzione perché non c’è mai stata una quantità sufficiente di custodi della Soprintendenza e, proprio per questo, verrà abbattuto presto e sostituito con un sistema di telesorveglianza. 

Va tutto bene, dunque? No, non va tutto bene perché, prescindendo dalle scandalistiche rappresentazioni televisive, il Parco archeologico di Sibari, così come quelli di tutta Italia, soffre di una ormai cronica assenza di ordinaria manutenzione, quella quotidiana attività che rendeva decorosi, visitabili e valorizzati i nostri beni della cultura, soprattutto quelli all’aperto come i siti archeologici. 

Il problema della manutenzione dell’area archeologica di Sibari, e di tutte le altre aree della Calabria e dell’Italia, è dovuto soprattutto al mancato finanziamento dei Beni culturali che, nell’ultimo decennio, si è dimezzato. L’Italia che vanta, se ne vantano sempre i governanti, la maggiore concentrazione di Beni culturali al mondo, spende, secondo EUROSTAT, per tutelarlo, manutenerlo e valorizzarlo solo lo 0,28 del Pil a fronte della media europea del 2,2. L’Italia, penultima dell’Europa a 27, spende poco più solo della disastrata Grecia. La recente riforma Franceschini, poi, ha definitivamente rotto il rapporto diretto che c’era fra le Soprintendenze ed il territorio, fra le Soprintendenze ed i Musei ed i Parchi archeologici, dividendo in due le competenze e le funzioni. I Poli museali, nei quali rientrano il Museo ed il Parco archeologico di Sibari, che dovrebbero valorizzare e fare cassa con gli ingressi e le Soprintendenze territoriali che dovrebbero tutelare i monumenti, i siti archeologici, le città storiche, salvaguardare il paesaggio rurale ed urbano, intervenire nei casi di emergenza, di crolli di edifici storici, di scavi per tubature, condotte per il gas, per la luce et cetera. Dalla secolare tradizione di tutela e valorizzazione delle Soprintendenze italiane siamo passati ad una frantumazione delle competenze tecnico-scientifiche, degli uffici amministrativi e delle funzioni, come, per esempio, uno storico dell’arte deve preoccuparsi del diserbo di un’area archeologica e un archeologo deve valutare un progetto di restauro architettonico di un palazzo del XVI secolo.  Una frantumazione che, per sovrapprezzo, è stata accentuata dalla carenza di organico che si è fatta più acuta a causa dell’ormai strutturale assenza di turn-over della Pubblica Amministrazione. 

Al quasi collassato sistema statale italiano di prevenzione e di tutela si aggiunge, ora, la nomina di un manager di una multinazionale, Alberto Bonisoli, a ministro dei Beni culturali che, a seguito del contratto gialloverde, dovrà impegnarsi a “sfruttare a pieno la risorsa dei Beni culturali” perché finora “non è sfruttata a dovere…dallo Stato che non può limitarsi alla sola conservazione”. Un altro liberista che, con un programma liberista, garantirà sempre meno la tutela, la manutenzione e la conservazione del nostro immenso Patrimonio della cultura.

 

Il Quotidiano del Sud, 7 giugno 2018