Hanno riaperto il Teatro Valle, o meglio per qualche ora al giorno è possibile visitare, come fosse un museo, il più antico teatro di Roma, chiuso ormai da quattro anni. Nell’estate del 2014,

infatti, la (non rimpianta) Giunta Marino, dimostrando singolare incapacità e arroganza, aveva sbattuto la porta in faccia a ogni tentativo di negoziazione, di fatto sgomberando una esperienza che per tre anni era stato l’epicentro italiano e uno dei principali nodi internazionali della stagione dei beni comuni. Che anno quel 2011! In Spagna si svolgevano le acampade; Occupy Wall Street dava risonanza globale alla lotta dell’1% contro le prevaricazioni del potere finanziario; iniziavano le cosiddette primavere arabe e in Italia l’occupazione del Teatro Valle (e le diverse altre esperienze di teatri e luoghi dell’arte da essa ispirati) riceveva la torcia dal vittorioso referendum sull’acqua bene comune, inaugurava una stagione di lotte e di elaborazione giuridica e culturale precedenti. Sul piano artistico e dell’innovazione sociale la vivacità dell’esperienza è stata indiscussa. Chiunque poteva accedere a spettacoli anche di altissima qualità e perfino a produzioni autonome tanto rilevanti da aver ricevuto, fra i vari riconoscimenti internazionali, anche il prestigioso Princess Margriet Award. Proprio oggi a Cannes Marcello Fonte, che di quell’occupazione è stato fin dall’inizio protagonista, ha ricevuto la Palma d’Oro.

La vicenda fu ancora più interessante, ed è certamente di grande attualità, dal punto di vista giuridico-politico. Sotto la guida autorevole e saggia del grande Stefano Rodotà, probabilmente il più significativo e originale civilista dell’ultimo mezzo secolo, il teatro Valle Occupato è diventato il primo collettivo artistico-giuridico capace di produrre importanti novità nel mondo tradizionalmente statico del diritto. Da un lato, infatti, con un coraggioso atto di autonomia si è costituito in Fondazione Teatro Valle Bene Comune dedicando il lavoro e l’intelligenza collettiva che emergente in quell’esperienza alla cultura che “come l’aria e come l’acqua” è un bene comune che va gestito nell’interesse delle generazioni future. La fondazione, con il suo originale modello partecipato di gestione, è stata presentata alla cittadinanza pochi mesi prima dello sgombero (relatori, fra gli altri, maestri come Rodotà, Pietro Rescigno, Paolo Maddalena) dal Notaio Gennaro Mariconda, che aveva rogato l’atto riconoscendone quindi la legalità. Il Prefetto doveva poi rifiutare la registrazione dell’atto pubblico notarile con decisione politica tanto arrogante quanto priva di precedenti. Dal teatro Valle Occupato era partita poi la carovana della Costituente per i Beni Comuni (L’Aquila, Pisa, Napoli, Ancona, Susa) che aveva portato diversi giuristi (e lo stesso Rodotà) a discutere con le più significative esperienze di beni comuni al fine di mettere a punto i lavori sulla disciplina giuridica del patrimonio pubblico iniziati nel 2007 presso il ministero della Giustizia (cosiddetta Commissione Rodotà). Paradossale dunque che su una questione di mera legalità formale (per di più assai discutibile) si sia interrotta un’esperienza unica di innovativa legalità “legittima e istituente” capace di alfabetizzare ai beni comuni e all’interesse delle generazioni future così tante persone. Ancor più paradossale che si possa oggi considerare “riaperto” un luogo di cultura vivo ridotto a un inutile museo. Un’esperienza uccisa da insulse burocrazie e che si immaginava di poter governare dall’alto senza alcuna partecipazione e dunque legittimità politica come se si trattasse di una scala di condominio. Ma il movimento per i beni comuni è vivo e partecipa a questa fase politica rivendicando il proprio ruolo in questi anni di sospensione della democrazia.

 

 

 

FQ, 23 Maggio 2018