Palazzo Nardini sede dal 1475 del primo governatore di Roma, cardinale Stefano Nardini di Forlì, già uomo d’arme con Francesco Sforza, nominato da Sisto IV è

da anni al centro di accese polemiche. Acquisito nel 2006 dalla Regione Lazio per circa 40 milioni di euro, è stato oggetto di un intervento fondamentale (il rifacimento integrale dei tetti) ad opera della Giunta Marrazzo, assessore alla Cultura, Giulia Rodano la quale aveva intavolato col Ministero un discorso per il recupero, ovviamente culturale e ad uso pubblico, del grande edificio con torre, vari piani, due cortili, per 6500 mq. dei quali almeno 4.000 coperti, con pareti affrescate. Poi, l’abbandono. Nulla vi fece la Giunta Polverini di centrodestra. Nulla la Giunta Zingaretti. Poi la notizia-bomba: Palazzo Nardini non era più considerato inalienabile dalla segreteria regionale del MiBACT (titolare Daniela Porro, oggi direttrice, nonostante sia storica dell’arte, del grande Museo Archeologico Nazionale dell’ex Collegio Massimo) e quindi era stato venduto per la miseria di 18 milioni di euro alla società a partecipazione statale Invimit (una sorta di nuova Patrimonio SpA di tremontiana memoria) la quale si apprestava a rivenderlo a qualche ricco emiro, oligarca russo o costruttore italiano per farne un lussuoso Resort in pieno centro storico. La reazione immediata di associazioni e comitati ha convinto il soprintendente romano Francesco Prosperetti a ribadire il vincolo e ad estenderlo ad una parte sin qui non protetta del complesso.

Ieri, durante un importante convegno sul palazzo organizzato dall’Istituto di Studi per il Medioevo e dal suo direttore Massimo Miglio, è giunta la notizia del ricorso presentato al Consiglio di Stato contro questo recente vincolo dalla stessa Invimit. Di fatto lo Stato-venditore (o svenditore) contro lo Stato tutore in nome dell’articolo 9 della Costituzione e della storia migliore di Roma. Un ricorso dal quale emergono con assoluta chiarezza due punti: 1) quando la società Invimit ha chiesto al Ministero di poter acquisire a fini commerciali Palazzo Nardini, la segreteria regionale del MiBACT non ha mosso alcuna obiezione di merito dando via libera alla speculazione privatistica; 2) all’interno della stessa struttura statuale convivono quindi due filosofie opposte: la Giunta di centrosinistra Marrazzo intervenne a favore del recupero di questo storico edificio investendovi oltre 5 milioni di euro, mentre la Giunta Zingaretti ante-elezioni, anch’essa di centrosinistra, ha deciso di incassare quei 18 milioni di euro (pochi, maledetti e subito) svendendo il palazzo del Governatore a Invimit. Stessa contrapposizione di filosofie fra chi al Ministero ha detto sì all’alienazione e chi invece continua meritoriamente ad opporsi a quella cessione davvero volgare.   

Ma cos’era successo ancor prima? Nel 1984, trasferita altrove la storica Casa delle Donne ospitata qui coi consultori per l’aborto per parecchi anni, quando il Palazzo sembrava essere di proprietà comunale l’allora sindaco Ugo Vetere (Pci), assessore alla Cultura, Renato Nicolini (Pci), pro-sindaco Pier Luigi Severi (Psi), pensò di destinarlo ad un robusto ampliamento dell’Archivio Capitolino che ha la propria sede principale assai vicino e che scoppiava letteralmente (oggi credo che abbia magazzini in periferia). In tal senso venne commissionato ad un grande specialista del restauro, l’architetto Paolo Marconi, un progetto specifico. Che venne puntualmente redatto e che è disponibile negli archivi comunali e all’Archivio Centrale dello Stato. Ma l’incertezza sulla proprietà dell’immobile lo fece cadere nel dimenticatoio. Quindi l’acquisto del complesso e gli interventi di restauro già descritti. In questo periodo il soprintendente ai Beni architettonici arch. Roberto Di Paola fece effettuare dei saggi sulla stabilità del Palazzo trovandolo decisamente sano nelle strutture. Durante alcuni lavori venne anche scoperto sotto la calce un fascione di affreschi identificati di “cultura tedesca, oltremontana” nel salone dei convivii. Affreschi appunto ornamentali di soggetto conviviale abbastanza conservati.

A quell’epoca vennero ventilate alcune ipotesi di riutilizzo pubblico di Palazzo Nardini. Anzitutto l’ipotesi di un Museo della Fotografia a Roma che partisse dai primordi della fotografia e arrivasse a rappresentare quella Scuola romana di fotografia fiorita dagli anni ’30 ed oggi.

Un’altra ipotesi fu quella di riunire qui la storica Biblioteca di Archeologia e Storia dell’Arta divisa in modo infelice fra Palazzo Venezia e il Collegio Romano e ormai di assai ridotta funzionalità. Ma autorevoli esponenti dell’archeologia e della storia dell’arte obiettarono: 1) che Palazzo Nardini non aveva probabilmente la superficie sufficiente ad accogliere quel patrimonio librario; 2) che la sede di Palazzo Venezia era stata indicata e voluta da Benedetto Croce e quella scelta non poteva essere disattesa. Di recente si è parlato di un suo trasferimento totale in un palazzo davvero anonimo di via IV Novembre, in verità assai meno nobile di Palazzo Nardini.  

Ma, come già detto, la Giunta regionale presieduta da Renata Polverini fece cadere ogni discorso di restauro e di riutilizzo avviato dalla Giunta Marrazzo . E lo stesso accadde con l’assessorato regionale alla Cultura, della scrittrice Lidia Ravera, la quale rispose alle nostre istanze sostenendo che il problema non riguardava lei, ma, caso mai, l’assessore ai Lavori Pubblici…

Ora, col vincolo (che tuttavia deve essere perfezionato respingendo il ricorso di Invimit) tutto è cambiato e dobbiamo riprendere il discorso, con un tavolo di lavoro integrato che studi le destinazioni – culturali certo – che Palazzo Nardini nato quale sede del governo metropolitano di allora e sviluppatosi poi quale sede di collegio di alta qualificazione merita di avere e di svolgere.

Nel convegno tenutosi lunedì pomeriggio all’Isime di piazza dell’Orologio, con le relazioni dell’arch. Maurizio Gargano, della storiografa Anna Esposito sulla figura del Cardinal Nardini, del storico dell’arte Stefano Petrocchi, dopo la dettagliata relazione dell’ispettrice della Soprintendenza Olivia Muratore (il soprintendente Prosperetti era stato chiamato ad una improvvisa riunione ministeriale), sulla vicenda del vincolo ribadito con forza da Luca Del FRà ufficio stampa del soprintendente, la direttrice della Biblioteca Vallicelliana, Paola Paesano, ha delineato il quadro delle potenzialità che Palazzo Nardini potrebbe sviluppare quale punto di sinergia fra la Biblioteca stessa, l’Archivio Capitolino, esso pure vicinissimo, l’Istituto di Studi per il Medioevo, contiguo, la Congregazione dell’Oratorio di  San Filippo Neri, la Casa comunale delle letterature anch’essa affacciata su piazza dell’Orologio. Cioè un autentico Polo Culturale di livello nazionale, caldeggiato anche da residenti qualificati come Gaia Pallottino del Coordinamento residenti città storica, e dall’arch.Enzo Bentivoglio, uno dei primi studiosi del palazzo, che offra a cittadini, studenti e studiosi nuovi spazi aperti e che sia tale da contrastare il degrado continuo di questa zona del Centro storico. Noi ci siamo permessi di aggiungere un’altra proposta: quella di una Casa della Musica Antica (così cara a San Filippo Neri e a Borromini) da creare nell’ambito dell’Oratorio dei Filippini, magari nella dismessa e molto preziosa Sala Borromini di competenza comunale, o nello stesso Palazzo Nardini. 

San Filippo Neri infatti considerava la musica essenziale “per consolare et recreare li animi stracchi da discorsi precedenti“, anche se grondanti devozione. Per cui ebbe amici e collaboratori stabili  fra musicisti, come i fratelli Anerio, Giuseppe e Felice, seguaci dell’immenso Pier Luigi da Palestrina. Un milieu interessantissimo che il 500° anniversario del Santo ha consentito di illuminare meglio e che fa capire le ragioni di un così vasto Oratorio. Ma bisogna coalizzarsi ed essere risoluti nel reclamare che questo prezioso palazzo resti pubblico e possa tornare a svolgere funzioni prettamente pubbliche presentando per esso un piano organico di utilizzo a favore della cultura a Roma.