L’amministrazione comunale di Manduria ha deciso di affidare ai privati la gestione del Parco archeologico delle Mura Messapiche. “Pubblicato sul portale del Comune l’ Avviso pubblico per l’ideazione e realizzazione di progetto per la collaborazione con l’amministrazione comunale per le attività di gestione”.

Manduria è un comune del salento settentrionale, in provincia di Taranto. Un comune certo famoso per il “primitivo”, un vino prodotto dalle vigne che si distendono al difuori dell’abitato. Ma anche un comune noto come “città dei Messapi”, quindi con origine antiche, ricordate con orgoglio nello stemma. Qui infatti è rappresentato il Fonte Pliniano, monumento quasi certamente di età messapica, così denominato in quanto descritto da Plinio il Vecchio nella sua Historia Naturalis. Una sorgente d’acqua, nascosta all’interno di una grotta, cui si può accedere tramite una scalinata. Sulla sommità della voltà è un grande lucernaio in corrispondenza del quale, esternamente, vi è un pozzo con al centro un albero di mandorlo. Luogo suggestivo ed unico, ma non isolato. Infatti si trova insieme alla Chiesa di San Pietro Mandurino all’interno del Parco archeologico delle Mura Messapiche. Interessante la chiesetta che si compone di un vano superiore databile presumibilmente al XIII sec., cui corrisponde una cripta ipogea del VIII sec. che, sembra riutilizzare una tomba a camera di epoca ellenistico-romana. Meravigliosi i resti della triplice cerchia di mura databili tra il V e il III secolo a. C., che circondavano Manduria antica, e della grande necropoli con tombe a fossa coperte da lastroni in pietra locale. Necropoli che gli scavi condotti dal 1955 al 1960 hanno documentato comprendere oltre 1200 tombe.

Immaginare che questo patrimonio sia valorizzato e tutelato come peraltro meriterebbe, sarebbe un errore. Visitare il sito è tutt’altro che facile. Il Parco archeologico è aperto dalle 9,30 alle 12,30, mentre la domenica è chiuso. A meno che non si prenoti.
Fruibilità difficile, che i visitatori rilevano.
“Orari di apertura non rispettati, assenza di personale (c’è solo il custode), pochi pannelli informativi”, scrive chi è stato sul posto a settembre 2017. “In visita con la famiglia siamo rimasti a bocca asciutta perchperché chi doveva aprire era inspiegabilmente assente, pur essendo orario di apertura, per fortuna chiusa fuori come noi c’era anche una guida che molto gentilmente ci ha fatto un riassunto di quello che avremo trovato all’interno”, scrive un altro visitatore. Ma la lista delle lagnanze è lunga e tutt’altro che recente.

I problemi sono gli stessi di tantissimi altri siti archeologici. Ci sarebbe l’erba da tagliare almeno un paio di volte all’anno, la manutenzione da assicurare alle strutture esistenti. Naturalmente, aperture meno episodiche e con orari meno contratti. Anche i motivi, quelli consueti. Mancano le risorse finanziarie. A questo punto che fare si sono chiesti al Comune di Manduria? Soluzione trovata! Affidare per cinque mesi i servizi di gestione ad associazioni culturali e/o operatori economici attivi nel settore della cultura. Affidamento completo. Già perché chi si aggiudicherà l’Avviso potrà contare sui tickets d’ingresso. Per intero. In compenso dovrà occuparsi di “assicurare apertura, custodia, accoglienza, manutenzione e funzionalità ordinaria, servizi accessori, guida e fruizione della struttura, unitamente alla realizzazione di attività e iniziative di valorizzazione e promozione turistico/culturale”. Il tutto con una clausola. La misura deve essere a costo zero per la proprietà del bene.

L’avviso scadrà il 12 maggio. Solo allora si saprà il nome dell’associazione o operatore economico che si sarà aggiudicato la gestione del Parco. Ma fin d’ora sembra chiaro che per lo Stato quel sito archeologico ha tutta l’aria di un problema. Più che una risorsa immateriale da valorizzare un fastidio del quale privarsi. In queste condizioni il privato non è un’opzione, ma l’unica soluzione. Non una risorsa aggiuntiva, ma l’unica alternativa al nulla.

Per ora una specie di regalo. Ma di questo passo andrà a finire che il Comune dovrà pagare al nuovo gestore i diritti per l’uso del logo nello stemma. Il paradosso che si tramuta in realtà.

 

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