La riapertura alla fruizione e al culto di una chiesa storica è di per sé una buona notizia. Quando questo avviene a conclusione di un restauro delicato e controverso – e per questo lungamente atteso – come quello che ha riguardato la basilica di Sant’Angelo in Formis, non si può che esserne confortati. Per valutare lo stato del prezioso apparato decorativo si dovrà aspettare che sia resa pubblica la documentazione prodotta a corredo dell’intervento che – data l’importanza dell’opera – si spera possa essere esauriente e disponibile al più presto. Permangono invece tutti i problemi legati all’instabilità geologica del sito, che il recente restauro dell’edificio, limitato alle coperture, non ha minimamente affrontato. 

Il problema geologico si è ripresentato appena qualche settimana fa, a ridosso della conclusione dei lavori, quando la cortina muraria dell’edificio ottocentesco al quale è appoggiato l’arco di Diana Tifatina – l’accesso fortificato dal quale si transita per raggiungere la chiesa – è crollata, portando alla luce un frammento di epoca romana che vi era stato inglobato. In sé la perdita non è gravissima, e l’affioramento potrebbe essere persino l’occasione per conoscere meglio l’assetto del luogo in età classica, ma l’evento rivela la concreta condizione di rischio della chiesa e del borgo: è solo l’ultimo di un insieme di segnali d’instabilità che si sono manifestati sull’intero versante della collina, alimentando le preoccupazioni per la basilica e le paure dei residenti del borgo di Sant’Angelo. Particolarmente esposta agli smottamenti in atto su un fronte di circa 90 metri è una parete di contenimento realizzata in epoca romana che si estende alle spalle della basilica e di alcune case. La struttura presenta lesioni molto profonde sulle quali si dovrebbe intervenire con urgenza, essendo il fronte di frana potenzialmente molto vasto. 

La situazione è nota da tempo ma, nonostante le ripetute e sempre più allarmate segnalazioni a tutte le autorità competenti – Comune, Uffici MiBACT, Agenzia del Demanio, Autorità di Bacino, Prefettura – sinora non è stato preso alcun concreto provvedimento. Di volta in volta la causa del pericolo è stata individuata nell’incuria dei proprietari dell’area, nell’abusivismo edilizio, in Giove Pluvio o chi per lui. Parrebbe che il problema più urgente non fosse garantire la sicurezza degli abitanti e quella di un edificio per il quale si chiede lo statuto di bene UNESCO, ma stabilire a chi spetti l’onere finanziario del provvedimento. Forse quest’ultimo avviso segnala che non si può aspettare oltre. Se Franceschini prima di svuotare i cassetti e passare la mano volesse dimostrare a tutti che le sue riforme funzionano, l’occasione sarebbe storica. Provi il ministro a mettere intorno ad un tavolo in una conferenza dei servizi il soprintendente ‘olistico’ che assomma le competenze archeologiche, storico-monumentali e paesaggistiche, gli organismi competenti per il dissesto idrogeologico e le autorità locali e pretenda, infine, che da questo nobile consesso scaturisca in tempi brevi una soluzione finalmente operativa. Sono mesi che questa conferenza è inutilmente sollecitata da associazioni e residenti del Borgo. Se non ora quando?