Franceschini e Zingaretti eviteranno grazie a Prosperetti una gaffe
Nel documento per l’alienazione manca ogni motivazione scientifica

Il soprintendente Franscesco Prosperetti – lo sappiano sia il ministro Franceschini che il presidente della Regione Lazio Zingaretti – ponendo di nuovo il vincolo di inalienabilità sul quattrocentesco Palazzo del cardinale Stefano Nardini, primo governatore di Roma con Sisto IV – ha evitato ad entrambi una pessima figura, nazionale e internazionale. “Per me la vendita di Palazzo Nardini sarebbe equivalsa all’alienazione di Palazzo Madama”, ha dichiarato ieri mattina Prosperetti annunciando il vincolo immediatamente operante.
La tremontiana Invimit – pur definendolo pomposamente “restaurato” (ed è vero solo in parte) – lo aveva acquisito per appena 18 milioni di euro, mentre nel 2001 la Regione Lazio (Giunta Storace) lo aveva acquistato dalle Asl del Lazio per 37.520.000 euro e altri 5.000.000 vi aveva speso la Giunta Marrazzo (assessore alla Cultura Giulia Rodano) per rifare i tetti il cui sfondamento preludeva alla totale rovina del Palazzo, all’interno ancora sano. Quei 18 milioni decantati da Invimit costituiscono appena il 45 % del valore determinato anni fa (senza contare la svalutazione dell’euro) da acquisto+restauri. Questa sarebbe la “valorizzazione” targata Invimit a favore della Regione? E, come sostiene il suo presidente, Massimo Ferrarese, lo “strumento efficace di riduzione del debito pubblico”? Ne è tanto convinto da minacciare di interrompere queste “valorizzazioni” di beni culturali. Una buona notizia. Meno male che i comitati di cittadini non hanno mollato e che “Repubblica”, soprattutto con Arianna Di Cori, illuminando questi retroscena, ha scongiurato il peggio.
Ferrarese scivola malamente allorché afferma di venire bloccato dalla stessa “Soprintendenza Archeologica del Ministero che solo due anni fa, tramite il Segretariato Regionale, aveva autorizzato l’alienazione e la valorizzazione del bene culturale (…) ora diventato misteriosamente un Monumento”. Punto primo: la Soprintendenza Archeologica non c’è mai entrata nulla trattandosi di un Palazzo di fine ‘400 e non di un edificio romano, e questo il manager Ferrarese con lo stipendio che riceve dovrebbe saperlo. Punto secondo: Palazzo Nardini era da decenni “un Monumento” vincolato, tranne una piccola parte verso via della Fossa. Al MiBact qualcuno – e chi sia lo vorremmo tanto sapere anche noi – ha concesso a fine 2015 la rimozione del vincolo sulla inalienabilità del Palazzo del Governatore (poi Pretura penale, quindi sempre immobile demaniale). Non lo dice il documento firmato dall’allora segretario generale Daniela Porro presidente della Commissione regionale per la tutela del patrimonio culturale del Lazio. In esso non c’è uno straccio di motivazione tecnico-scientifica, storico-artistica. Come se trattasse di una casaccia qualunque.
Tutto ciò è inaccettabile per il Codice del Beni Culturali. Dobbiamo sapere per quali ragioni, e da chi, è stato reso vendibile a privati un pezzo della storia architettonica e politica di Roma, poi svenduto per 18 milioni.

Superficie del complesso
di Palazzo Nardini
6500 mq
in via del Governo Vecchio

Anno di edificazione
1474

Prezzo di acquisto
del Palazzo nel 2003
da parte della Regione Lazio
37,7 milioni di euro

Più 5 milioni di restauri

Prezzo di acquisto pagato
da Invimit alla Regione Lazio
per “valorizzarlo”
18 milioni di euro

Repubblica, Cronaca di Roma, 13 aprile 2018