Uno dei danni collaterali del cambiamento climatico   è la distruzione di estese porzioni di ciò che definiamo “patrimonio storico e artistico”: che  è poi la forma dell’Italia, quella unione

indivisibile di natura e arte che la cultura italiana tra John Ruskin e Benedetto Croce chiamava “il volto amato della patria”. Se, infatti, continua a piovere come  è piovuto nelle ultime settimane (tanto, e tutto insieme dopo mesi di siccità) le mura e le torri di San Gimignano continueranno a crollare: e con esse quelle di Volterra, le chiese di Napoli, le case di Pompei, e tanto altro ancora.

Oltre a invertire la rotta dei comportamenti umani che concorrono a stravolgere il clima c’è qualcos’altro che possiamo e dobbiamo fare. Il sindaco di San Gimignano ha dichiarato che mettere in sicurezza le parti di mura oggi a rischio costerebbe alcune centinaia di migliaia di euro, che non trovano posto nel bilancio comunale.  Lo stesso Comune, tuttavia potrebe destinare a questo e ad altri importanti inteventi di restauro otto milioni di euro, ora bloccati in banca dal Patto di stabilità. Ecco una prima cosa: bisogna fare per il patrimonio cio che si è fatto per lescuole, cioè sottrarlo al cappio di quel Patto.

In un’epoca recente in cui il nostro Paese era più consapevole di se stesso, ottenemmo che il patrimonio mobile costituisse un’eccezione alla regola della libera circolazione europea delle merci. L’Italia non ebbe la forza di pretendere che I beni culturali non fossero ritenuti una mece,ma convinse almeno gli altri Paesi a non considerarli una merce come un’altra, ricavando una seppur timida zona franca dalle ferre regole dell’onnipotente mercato. Oggi siamo purtroppo lontani da quella consapevolezza: nella scorsa legislatura abbiamo approvato una legge che, regolando  l’esportazione delle opera d’arte attraverso il sistema puramente economicistico delle soglie di valore e della risibile autocertificazione, cancella di fatto quell’eccezione culturale faticosamente ottenuta ai tempi di Maastricht.

Ma non è troppo tardi per provare a bloccare l’involuzione culturale a cui ci stiamo condannando da soli. Oggi si tratta di combattere per salvare una parte di patrimonio se possibile ancora piu importante dei quadri e delle sculture che stanno nelle case private: e cioè le mura antiche di chiese, torri e città che hanno formato la nostra memoria collettiva e possono e devono continuare a dare una forma civile alla comunità Italiana  del presente e del futuro.

Ne va della nostra sopravvivenza fisica: perché il patrimonio ci cade letteralmente sulla testa. Ma ne va anche della nostra sopravvivenza morale, della sorte della nostra democrazia. E’ una grande questione di sinistra: perché in una Italia sfigurata dalla diseguaglianza, il patrimonio culturale è tra le poche cose che  appartiene a tutti, senza distinzioni  e che puo nutrire il riscatto culturale di chi sta in basso. Prendersi cura delle parti comuni e apparentemente inutili delle citta storiche significa affermare con forza che “non ci si salva da soli”, e che i beni comuni non possono sottostare al ricatto del mercato.

Repubblica, 15 aprile 2018