Lo storico dell’arte a tutto campo all’Ibs se la prende anche con Franceschini: “La bellezza non salverà nessuno se non la salviamo noi”

La responsabilità dell’architetto è l’ingrediente della democrazia e su questo tema dobbiamo

riflettere legandolo ai diritti delle generazioni future. Mi pare di vedere che siamo di fronte ad un grande rischio, a processi enormi che non vediamo: ci tolgono diritti e non ce ne accorgiamo”. È questo il pensiero dello storico dell’arte Salvatore Settis espresso durante la presentazione del suo libro ‘Architettura e democrazia’ all’Ibs in una sala stracolma.

L’autore in apertura racconta il suo ultimo lavoro: “L’architetto incide sul corpo della città attraverso il miglioramento o peggioramento delle condizioni di vita del cittadino. Il corpo del cittadino e della città devono essere sempre in equilibrio. La città ha anche un’anima che siamo noi cittadini e quando le città si svuotano perdono l’anima”. Secondo Settis “ci sono delle responsabilità dell’architetto verso i cittadini dove opera e questa cosa non è sempre ovvia perché spesso si adagiano su una funzione neutra e rispondono a chi li paga. Io vorrei vedere un architetto che, di fronte a richieste stravaganti in un centro storico, dica ‘no, io questa cosa non la faccio’”.

Lo stesso storico dell’arte propone “il giuramento di Vitruvio per tutti gli architetti. Così come c’è il giuramento di Ippocrate per i medici, con cui ci si impegna a fare il meglio per il paziente, vorrei una cosa analoga per gli architetti che curano il corpo della città”. E ancora: “Della tutela del paesaggio e del patrimonio non si parla per la prima volta con l’articolo 9 della Costituzione ma lo si fa prima con la Costituzione di Weimar e poi in quella spagnola. Non è un caso che questi tre paesi decidono di applicare nella loro Costituzione questi articoli a seguito di traumi o drammi. Dobbiamo attenderne un altro per accorgercene?”.

“Ogni secondo, compreso le domeniche, vengono cementificati 3 mq in Italia e assistiamo a continui assalti al paesaggio di cui non ci accorgiamo” prosegue Settis, convinto che “l’opposizione tra città e campagna non è più di moda. Oggi questa distinzione è tramontata e tra città e campagna c’è la periferia, un oggetto indeterminato, con cui siamo riusciti a creare la peggiore fase dell’architettura italiana e che fa morire chi ci abita. La fine di questo confine deve farci riflettere e dobbiamo domandarci quale è il modello di città che abbiamo in mente”. Ma non solo: “Perché non possiamo fare una politica per la casa per i ceti meno abbienti? Nessuno può controllare un processo così massiccio, ma in questo contesto la città storica che fine farà? Per quale ragione oggi, in questa fase storica in cui difendiamo a costo della vita tutte le diversità, non facciamo lo stesso per la diversità delle singole città?”.

L’autore si sofferma poi ad analizzare e criticare quella che definisce “la visione urbana dominante” fatta di “città che si devono espandere in maniera indefinita e l’idea della megalopoli”, il processo di “verticalizzazione fatto di una modernità che richiede grattacieli” e “nuovi confini della città suddivisi per quartieri e aree in base al censo”.

“La bellezza non salverà nessuno se non la salviamo noi e non capisco perché i politici hanno usato questo slogan, probabilmente per deresponsabilizzarsi” afferma Settis, tra gli applausi del pubblico, ribadendo che “la tutela non significa ibernazione del patrimonio. Le città cambiano ma questi cambiamenti devono corrispondere al codice genetico della città e rispondere alle esigenze dei cittadini. Ci vuole un senso di responsabilità e una visione che a mio parere si deve basare sulla storia e la conoscenza storica. Nella riforma Buona scuola, che evidentemente tanto buona non lo è, la storia viene emarginata e marginalizzata e questo a mio parere è un errore”.

Non mancano altre bordate alla classe politica: “Quando si parla di turismo come motore principale dell’economia, trasformando l’Italia in un paese di servitori, trovo ci sia una perversione profonda. L’Italia è uno dei paesi meno innovativi al mondo, non riusciamo a incrementare la fertilità e abbiamo dimezzato i fondi per la ricerca mentre Francia e Germania li raddoppiavano in un periodo di crisi economica. Siamo un paese fatto così e dovremo affidarci al turismo? Dobbiamo cambiare scenario rispetto a quello che i nostri governanti, di qualsiasi colore, hanno fatto in questi anni”.

In conclusione Settis non risparmia nemmeno Dario Franceschini: “Raccontare velocemente le sciagure da cui l’Italia è stata colpita da un vostro concittadino non è semplice. Di positivo nelle sue riforme a rate c’è l’assunzione di nuovo personale, soltanto che i 1000 neo assunti rappresentano un quinto del fabbisogno, diventato un sesto con i pensionamenti di questi anni. La cosa più negativa è stato il combinato disposto dell’abolizione delle sovraintendenze archeologiche, un errore drammatico che ha privato l’Italia di competenze, da un lato, e dall’altro l’accentuazione che il ministro Franceschini ha creduto di dover dare ai musei”. In questo modo, secondo l’autore, “sono state tolte energie, personale e finanziamenti alle sovraintendenze territoriali, il grande vanto e l’orgoglio della tutela del territorio, per concentrarle sulla promozione dei musei da cui doveva venire l’introito per la bellezza. Promuovere i musei può essere giusto, staccarli dal territorio per me no, ma togliere energie alle sovraintendenze è, secondo me, un grossolano errore come ho provato a spiegare al vostro concittadino”.

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