«Per favore mi passa l’archivio?» «Non abbiamo l’archivio!» «Non avete l’archivio? Ma il vostro non è un giornale?» «Cosa c’entra? Per scrivere non serve mica

 

l’archivio…» Pare impossibile, ma ai giornalisti che chiamano il centralino di vari quotidiani italiani per chiedere aiuto ai «centri documentazione» capita sempre più spesso di sentirsi rispondere così. Una follia. Figlia dell’idea balzana di certi manager che, passando dai prodotti finanziari illiquidi all’import di caucciù, dai mattoni all’editoria, non hanno la più pallida idea di quanto sia importante, per fare un giornale, la memoria: tanto c’è tutto su internet! Prendiamo il caso dell’annuncio immobiliare pubblicato su Facebook per una casa a Fuerteventura, nelle Canarie. «Casa moderna (ha tre anni) con due camere, due bagni, piscina, giardino e parcheggio privato, 800 euro più 150 per luce e acqua al mese. Tre mesi di deposito. Libera dal 1° aprile 2018. Contratto di tre anni. No animali, no italiani». Indignazione. Stupore. Se l’indignazione è sacrosanta, però, lo stupore stona. Solo chi si rifiuta di ricordare il passato può fingere di ignorare infatti che noi italiani, oggi così duri e a volte spietati nel giudicare gli altri sulla base del colore della pelle o di altri stereotipi, siamo stati per molto tempo guardati dagli altri con una vena di razzismo. Il cartello affisso in un bar di Zurigo nel 1957 con scritto «proibito rigorosamente l’ingresso agli italiani» (ai cani era evidentemente consentito…) è solo una delle tantissime cicatrici rimaste sulla pelle dei nostri nonni e dei nostri padri emigrati tra la metà dell’Ottocento e la metà degli anni 70. Basti ricordare i soprannomi che ci erano stati appiccicati addosso.

In America, dove siamo stati tra le vittime predilette dei linciaggi razzisti del Ku Klux Klan (slogan: «l’America agli americani»), ci chiamavano «wop», come with-out passport «senza passaporto», cioè clandestini (ma la pronuncia uàp richiamava «guappo»). In Argentina «papolitano», storpiatura di pappone e napoletano. In Austria «Katzelmacher» cioè fabbricacucchiai, nel senso di stagnaro, artigiano di bassa qualità ma anche «fabbricagattini» forse perché i nostri figliavano come gatti. In Francia «français de Coni»: francesi di Cuneo, che tentavano di spacciarsi per locali parlando una lingua improbabile. Nella Svizzera tedesca «Spaghettifresser»: sbrana-spaghetti. In Brasile «carcamano»: furbone, quello che calca la mano sul peso della bilancia per rubacchiare qualche cent… E «Abissinia» era chiamato il quartiere italiano a Londra… Quanto agli australiani, vale la pena di rileggere lo straordinario reportage di Filippo Sacchi sul Corriere della Sera del luglio 1925, dove raccontava con amaro sarcasmo: «Mi rincresce di dover dare l’allarme ma l’Italia sta preparandosi a invadere l’Australia». E spiegava che i giornali del Queensland erano pieni di titoli sull’«invasione italiana» e che al «congresso dell’Australian Native Association» il presidente aveva tuonato: «Cosa è questo improvviso intensificarsi del fiotto immigratorio? C’è forse qualche influenza in gioco? Qualche piano organizzato di penetrazione pacifica? Australiani, all’erta». Ma «perché tutto questo accanimento contro gli italiani?», chiedeva Sacchi, «Ve lo spiego io: per mantenere l’Australia “bianca”. Keep the Australia white, è la vera parola d’ordine di questa crociata. Infatti noi non siamo bianchi, siamo “oliva”. Olive-skinned influx, diciamo…» Tema: si può raccontare l’Italia di oggi, le paure vere e quelle eccitate dai mestieranti delle fobie, senza memoria per le nostre storie racchiuse negli archivi?

 

8 Marzo 2018

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