L’antica città di Cosenza -insieme a Palermo, Taranto e Napoli- ha ottenuto un finanziamento, dal Cipe, di ben 90 milioni di euro per il suo centro storico. Una cifra

notevole, ma proporzionata al fitto e ricco tessuto storico-urbanistico di Cosenza che ne aveva un urgentissimo ed estremo bisogno perché tutto il suo centro storico, ormai quasi disabitato, è sul punto di implodere e slittare verso la valle, come dimostrano i ripetuti e recenti crolli di case, palazzi e muri di contenimento. Tutte le volte che accade è come se ad ognuno di noi fosse tolto qualcosa di sé stesso, tutte le volte che accade è come se ognuno di noi perdesse un po’ di memoria, di quel che ha vissuto, di quel che ha amato, come se scomparisse una piccola porzione del proprio io, quello individuale e quello collettivo. I crolli e le rovine dei manufatti degli uomini sono metafore potenti e, spesso, molto precise della condizione delle società e in Calabria accade di continuo che crollino o scompaiano -per incuria, per incapacità e per dolo- interi brandelli del nostro territorio, dei nostri paesaggi e, addirittura, delle nostre città storiche. Le città italiane sono diverse le une dalle altre perché hanno forme urbane, avvenimenti storici, stili, materiali architettonici e paesaggi nei quali si incastonano, molto differenti fra loro. Ogni città è il risultato unico ed irripetibile di una grande quantità di variabili storiche, sociali, religiose ed economiche. La città è la forma ideale e peculiare delle società degli esseri umani e quelle italiane hanno rappresentato un modello per la gran parte del mondo, per molti secoli. Nell’Italia delle “cento città” la forma urbana è cambiata molte volte: dalla città greca a quella italica, da quella romana a quella medioevale e, poi, rinascimentale e barocca con una straordinaria e, ogni volta, originale capacità di far coesistere evoluzione e conservazione, rinnovamento e riutilizzazione delle forme, delle strutture e dei monumenti preesistenti.
Cosenza è, a pieno titolo, una delle “cento città” italiane e scrivendone il racconto storico delle sue origini e del suo sviluppo, in articoli scientifici e divulgativi, ho già provato a mettere in luce la ricchezza, la bellezza e la varietà di forme, dispiegatesi nel tempo e nello spazio, che contiene questa città: da capitale, nel 356 a.C., del popolo italico dei Bruttii a città medioevale, da ricco municipium romano ad importante centro urbano rinascimentale, scaturigine del pensiero filosofico di Bernardino Telesio. Una città che possiede un Duomo fra i più antichi e belli del Mezzogiorno, palazzi, chiese e conventi cinquecenteschi di straordinaria qualità architettonica, un importante Teatro di tradizione, un grande Parco cittadino piantato con essenze rare, una multiforme quantità di piazzette, strade e vicoli, una fitta presenza di strutture, abitazioni e mura di epoca romana e bruzia, emersa dagli scavi archeologici degli ultimi tre decenni. Questi elementi, tutti insieme, costituiscono l’immagine, lo specchio della fatica, della ragione e del sentimento degli uomini che, nel corso di ventiquattro secoli, hanno vissuto, lavorato, amato e sofferto in questo luogo. Non dovrebbe andar perduto neanche un muro, un tratto di vicolo, un portico, un balcone perché ogni elemento architettonico e urbanistico di questa città costituisce un’ineliminabile porzione della sua forma. Figurarsi, dunque, cosa possa significare assistere al crollo o, “horribile dictu”, alla demolizione selettiva di interi quartieri, come sta accadendo e come è già accaduto a Cosenza.
Mentre la città vecchia si sbriciola sotto la pioggia e inesorabilmente rovina verso valle, l’Amministrazione comunale, in carica ormai da sette anni -invece di impegnarsi nella difficile, ma altrimenti esiziale, battaglia del risanamento del centro storico- ha investito soldi ed energie per promuovere ridicole ed infruttuose campagne di marketing turistico basate sulla leggenda del tesoro di Alarico al quale si vuole, persino, dedicare un museo virtuale che costerebbe più di 7 milioni di euro. Ha speso 20 milioni (e almeno altri 40 serviranno per le opere di urbanizzazione) per costruire un inutile ed enorme ponte, del tutto fuori scala, che collega il nulla con il nulla, ma disegnato da Santiago Calatrava. Un’Amministrazione che ha investito 16 milioni per una orrenda piazza con parcheggio sotterraneo per soli 300 posti nel centro della città moderna, ha dissipato alcuni milioni di euro in luminarie ed in un lungo elenco di altre opere consimili. Ha speso, a dimostrazione della totale indifferenza che possiede nei confronti del centro storico, quasi 400.000 euro per abbattere un gruppo di palazzi di fondazione medioevale affacciati su Corso Telesio,, solo perché ritenuti, dall’Amministrazione medesima, pericolanti.
I 90 milioni di euro che sono stati, finalmente e meritevolmente, erogati dal Governo nazionale in accordo con il Governo regionale per Cosenza, dovranno essere impiegati avendo, chiara, un’idea della città, della sua antica e complessa storia urbanistica e monumentale. Come ho scritto più volte su questo giornale, questo cospicuo finanziamento dovrà essere impiegato per l’acquisto, il risanamento ed il riuso del maggior numero possibile di immobili privati e pubblici, mettendo in moto una grande, organica e, una volta tanto, indispensabile Opera Pubblica. Si provi ad immaginare quante intelligenze, quanto e quale immane lavoro saranno necessari, ma anche quante e quali ricadute culturali, sociali ed economiche avrà l’avvenuto restauro del patrimonio culturale sedimentatosi per più di due millenni sul colle del Pancrazio.
Una grande responsabilità, oltre al merito di avere ottenuto questo imponente finanziamento, ricade sulle spalle di chi dovrà gestire questa avvincente operazione di Rinascita di Cosenza. Bisognerà che si disegni e si metta in atto, nei modi più trasparenti e partecipati, il più grande e complesso progetto strutturale mai concepito per una città calabrese, da calabresi. Un storico progetto, quello della Rinascita di Cosenza, che dovrà avere il senso di ribaltare tutti i luoghi comuni non solo sui cosentini, incapaci di ideare e realizzare il proprio futuro, ma su tutti i meridionali. Il restauro di Cosenza vecchia potrebbe e dovrebbe mettere in moto, come da Matera, un meccanismo virtuoso che sarebbe di stimolo per tutta la regione e grazie al quale il nostro patrimonio culturale e paesaggistico verrebbe correttamente reinterpretato e riguadagnato alla vita contemporanea, generando un profondo e indispensabile senso di appartenenza, di identificazione e di cittadinanza nei cosentini e nei calabresi.

 

Il Quotidiano del Sud, 1 Marzo 2018