Arte – Sindaco contro il film: non cita il soggiorno in città del pittore. Ma il museo è gestito male
Gli sceneggiatori del docufilm L’anima e il sangue dimenticano il soggiorno di sei mesi a

Messina di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, e il sindaco Renato Accorinti strilla indignato “in nome di Messina: questo è ostracismo culturale’’ e chiede al ministro Dario Franceschini il ritiro dagli schermi del documentario di Sky Theatrical Production “perché sia revisionato”. Richiesta ribadita nella lettera inviata all’amministratore di Magnitudo Film: “Non posso non criticare aspramente un film che – scrive Accorinti – seguendo l’ordine cronologico, decide di eluderne una tappa fondamentale per l’evoluzione stilistica del Merisi. Le due opere custodite al Museo regionale di Messina, la Resurrezione di Lazzaro e l’Adorazione dei Pastori, sono considerate tra i principali capolavori di Caravaggio’’. Travolto dall’indignazione Accorinti però non si accorge che le due tele del Caravaggio dipinte sulla sponda dello stretto, e ignorate nel docufilm, rischiano l’anonimato non per il film, ma perchè custodite nel museo regionale gestito dal Comune in modo assai precario: nel 2016 occupava il 35° posto su 40 tra i musei siciliani più visitati con appena 19 mila biglietti staccati, forse anche perché i visitatori faticano a trovare l’ingresso, come testimonia la prima recensione su Tripadvisor di un visitatore: “A Messina eravamo in due, per trovare l’entrata abbiamo dovuto chiedere al custode del palazzo vicino, secondo cui non eravamo i primi a non trovare l’entrata. Le spiegazioni, il titolo e l’autore dei quadri era in un foglio scritto a macchina e appeso in una busta di plastica. Di audio guide neanche a parlarne. Ai custodi sembrava dessero fastidio i visitatori”. Custodi, peraltro, assunti attraverso coop private in violazione della legge, come ha denunciato la Cgil messinese a settembre, durante la visita dell’allora governatore Rosario Crocetta: “I lavoratori siano liberati dalle coop e chiamati direttamente dagli enti pubblici – disse Clara Crocè, della Funzione Pubblica Cgil – non più tramite soggetti privati che fungono da agenzie interinali aggirando le norme che vietano l’intermediazione di manodopera”. È l’ultimo capitolo di una storia tormentata del museo la cui ala più recente venne inaugurata nel 2016, a 30 anni dal progetto, e subito richiusa dal lunedi al venerdi, per poi riaprire anche il fine settimana sulla spinta delle proteste della stampa. Allora Repubblica titolò: “Il Museo regionale di Messina apre davvero’’. Disagi persino tollerabili se confrontati al misterioso furto di 260 preziose tele sparite nell’arco di 10 anni (50 ritrovate) scoperto grazie all’intuizione di Federico Zeri: nel 1951 giovanissimo ispettore della sovrintendenza laziale, che in visita a Messina si accorse che un trittico fiammingo del ‘500, Madonna con bambino, era in realtà un clamoroso falso, dipinto, si scoprì dopo, da uno dei custodi.
FQ | 27 febbraio 2018