Ad Oriolo, piccolo comune in provincia di Cosenza, l’archeologia fa i conti con la legalità. Accade che il cantiere nel quale erano in corso le indagini di scavo del

convento quattrocentesco di San Francesco d’Assisi venga posto sotto sequestrato dalla Guardia di Finanza di Montegiordano ed otto persone denunciate. Il motivo? Sarebbero state riscontrate violazioni alle normative sul lavoro, salute e sicurezza e alla tutela dei beni culturali. Da un controllo sul posto sarebbe emerso che la società edile alla quale la Soprintendenza per i Beni architettonici e paesaggistici di Cosenza aveva affidato l’incarico, stava procedendo alle diverse lavorazioni senza il rispetto delle leggi in materia. Già perchè, all’interno del cantiere, con mansioni di scavo archeologico, sono state individuate tre persone, impiegate senza essere stater preventivamente contattualizzate. Non solo. “Secondo gli investigatori, gli scavi archeologici nel convento sarebbero stati effettuati senza la preventiva predisposizione di un Piano Operativo di Sicurezza, sarebbero poi stati affidati a manovali non specializzati, senza la figura, necessaria, dell’archeologo e senza il rispetto delle precauzioni di sicurezza: in pratica non sarebbero stati utilizzati dispositivi di protezione collettiva, vi sarebbero stati ponteggi non idonei, nessuna rete di protezione e passerelle realizzate con materiali di fortuna, oltre ad altre gravi violazioni”, scrive il quotidiano “QuiCosenza.it”, che ha riportato la notizia. Non sono le uniche “mancanze” riscontrate. Nel cantiere mancavano anche la cassetta del pronto soccorso e prefabbricati per i servizi igenici. Insomma si lavorava “alla meglio”.
Per questo la Procura di Castrovillari ha provveduto a denunciare otto persone, tra cui il direttore dei lavori e il rappresentante della società. La cronaca restituisce la notizia che i tre operai sono stati finalmente assunti ed é stata pagata dalla società appaltatrice all’Erario la sanzione amministrativa. Insomma si é provveduto a regolarizzare la situazione. Ma rimane una macchia. Rimane una storia di illegalità senza giustificazione. E pensare che quando a giugno scorso, durante i lavori di pulitura di un’area comunale, si scoprirono una serie di affreschi e alcune strutture murarie e architettoniche, si brindò. “Molte le raffigurazioni da conservare al più presto e da restaurare. Un lavoro che dovrà vedere protagonisti più soggetti, la sezione archeologica dell’Unical, diretta da Giuseppe Roma, la Soprintendenza di Cosenza, quella calabrese e il Mibact”, annunciò Vincenzo Diego, assessore ai beni culturali di Oriolo. L’avvio dei lavori sembrava dar ragione all’assessore. Sembrava promettere molto. Lo stop imprevisto costringe a fare i conti con la realtà.
Viene il ragionevole dubbio che quello di Oriolo non sia un caso isolato. Che anche nei cantieri archeologici la sicurezza non sia sempre rispettata in pieno. Che manchino i necessari controlli?

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