Per oltre vent’anni gli interessi criminali di Silvio Berlusconi & c. hanno di fatto impedito ogni serio dibattito sullo stato (obiettivamente disastroso) della giustizia italiana. Oggi, l’ideologia neoliberista di Matteo Renzi rischia di fare altrettanto con la discussione intorno al

funzionamento della tutela pubblica del patrimonio culturale italiano. È infatti inevitabile che al tentativo (eversivo) di delegittimare, depotenziare e infine distruggere la rete delle soprintendenze si risponda con la difesa dell’organo che permette alla Repubblica di attuare l’articolo 9 della Costituzione.
Ma sarebbe sbagliato, e perdente, fermarsi qui. Le soprintendenze italiane, infatti, non versano in uno stato molto meno disastroso di quello della giustizia. Uno stato in grande parte imputabile alla mancanza di fondi, al blocco del turn-over con il conseguente innalzamento dell’età media, alla foresta di leggi e norme in cui devono brancolare i funzionari.
Ma è impossibile negare che esista (esattamente come nell’università: sia chiaro) anche un diffuso problema di preparazione, di fedeltà alla missione, di motivazione di una parte non secondaria del personale: risultato dei pessimi metodi di reclutamento, della spaventosa inadeguatezza delle retribuzioni, di riforme sbagliate (come quella che ha introdotto le inutili, e anzi dannose, Direzioni regionali), del degrado apparentemente insanabile del quartier generale romano del Ministero per i Beni culturali. L’altissima percentuale di provvedimenti annullati dalla giustizia amministrativa, i sempre più frequenti casi di corruzione, le vistose omissioni di tutela, il cedimento diffuso alla mercificazione del patrimonio sono sintomi allarmanti che vanno presi in serissima considerazione.
Naturalmente questa dolorosa presa d’atto deve essere la premessa per il risanamento e il riscatto delle soprintendenze: non l’alibi precostituito per la loro eutanasia. L’obiettivo, in altre parole, è avere più tutela, e una tutela più efficace: nell’interesse del patrimonio della nazione, ma anche nell’interesse della maggioranza dello stesso personale di soprintendenza, che è onesta e competente.
Il necessario risanamento del sistema della tutela passa, dunque, in primo luogo attraverso la rimozione degli agenti patogeni appena indicati: e dunque attraverso un ripristino della soglia minima di finanziamento (almeno cinque miliardi di euro all’anno contro il miliardo attuale), attraverso la copertura dell’organico necessario, attraverso alcune riforme (per esempio: soppressione direzioni regionali; rafforzamento della figura del direttore del museo; connessione più stretta con le università; incentivi e valutazione della ricerca come compito primario, e inscindibile dalla tutela, del funzionario tecnico di soprintendenza). Accanto a questi provvedimenti salva-vita, occorre tuttavia pensare all’introduzione di vere innovazioni: alcune da indicare come obiettivi di lungo periodo, altre che sarebbe possibile realizzare immediatamente, o quasi.
Tra le prime vorrei indicare il traguardo delle soprintendenze uniche, che riuniscano le competenze delle tre attuali (architettoniche, storico-artistiche, archeologiche), e che possano risolvere preventivamente e al loro interno i problemi di coordinamento collegati alla complessità del patrimonio: un’esigenza scientifica e operativa (tutelare il contesto, cioè l’ambiente culturale, come bene primario) che ben si sposerebbe con la comprensibile esigenza del cittadino di avere di fronte un interlocutore unico e non contraddittorio. Ma deve essere ben chiaro che – al contrario di quanto affermato in alcune recenti, e demagogiche, prese di posizione – non si tratta di un provvedimento di spending review: a meno che l’obiettivo non sia quello di assestare al sistema della tutela il colpo di grazia, l’introduzione di una simile riforma ha bisogno di notevoli risorse aggiuntive, e solo in un futuro forse troppo lontano per incontrare l’orizzonte cortissimo della politica italiana essa potrebbe portare anche ad un risparmio (di spesa, non di tutela).
Tra le riforme subito attuabili, vorrei invece indicare quella che io stesso ho suggerito per la prima volta nel 2012, e quindi ho proposto formalmente, nel 2013, in seno alla Commissione D’Alberti istituita dal ministro Massimo Bray per la riforma del Ministero per i Beni culturali: l’istituzione di una Scuola del Patrimonio. Un luogo, cioè, dove gli archeologi, gli architetti, gli storici dell’arte, i biblioteconomi, gli archivisti divengano davvero funzionari dello Stato: assumendo sia le necessarie competenze tecniche (giuridico-amministrative), sia la non meno necessaria consapevolezza della propria missione costituzionale. Ed è a questa idea che vorrei dedicare le prossime considerazioni.

Non esiste un’istituzione dedicata alla formazione dei futuri funzionari tecnici del Ministero per i Beni Culturali.
Tradizionalmente, la via maestra per accedere a questa carriera è stata rappresentata dalle Scuole di Specializzazione in Storia dell’Arte e in Archeologia (filiazioni della Scuola di Perfezionamento fondata nel 1896 da Adolfo Venturi a Roma), a cui accedevano i laureati di vecchio ordinamento nelle rispettive discipline. Ma da oltre vent’anni (con la riforma Berlinguer e con la creazione di innumerevoli corsi di laurea, e addirittura di Facoltà in Conservazione dei Beni Culturali) si è inteso spostare il momento di questa ‘professionalizzazione’ ad un livello più basso dell’itinerario formativo, e cioè addirittura a quello dell’ingresso negli studi universitari. Questa malaugurata scelta ha contemporaneamente prodotto un’inflazione di aspiranti funzionari e un drammatico abbassamento del livello della loro formazione, sottraendo loro la possibilità di essere davvero educati alla ricerca, attività essenziale nel lavoro dei funzionari della tutela.
Occorre dunque una drastica inversione di rotta, e la proposta più funzionale sembra quella di creare anche in Italia una Scuola del Patrimonio, governata congiuntamente dal Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca e dal Ministero per i Beni culturali, e almeno in parte esemplata sul modello dell’Institut National du Patrimoine francese. Ma mentre quest’ultimo forma – separatamente e in parallelo – sia conservatori che restauratori, la Scuola del Patrimonio dovrebbe formare solo i primi, lasciando all’Istituto Centrale del Restauro e all’Opificio delle Pietre Dure il compito di formare i secondi.
L’idea cardine è fare di questa Scuola l’unico canale di reclutamento per il Mibact. Il corso presso la Scuola occuperebbe, cioè, i primi due anni di lavoro (regolarmente retribuito) dei vincitori del concorso per l’accesso ai ruoli tecnici del Mibact. Naturalmente, la premessa indispensabile di un progetto del genere è che questo reclutamento esista: occorre, cioè, immaginare che il Mibact bandisca ogni anno un concorso per l’assunzione a tempo indeterminato di un certo numero (variabile, ma non inferiore a 35) di funzionari.
Vincendo il rigoroso concorso per accedere alla Scuola del Patrimonio si vincerebbe, così, automaticamente (salvo il superamento delle prove intermedie e il conseguimento del diploma finale) un posto di ruolo nei ruoli tecnici dell’amministrazione dei Beni culturali. Tale concorso dovrebbe essere inderogabilmente riservato a coloro che posseggono il titolo di Dottore di ricerca (il che avvierebbe le Scuole di specializzazione verso l’inevitabile fine del loro ciclo vitale): perché i funzionari vengano scelti tra coloro che sono già compiutamente formati come ricercatori.
I primi 12 mesi dovrebbero essere comuni, e dovrebbero formare i nuovi funzionari alla ‘mission’ della tutela e della educazione al patrimonio. I secondi 12 mesi dovrebbero prevedere curricula separati per i vari settori (storici dell’arte, archeologi, architetti, bibliotecari, archivisti, etc).
La Scuola non si dovrebbe configurare come una specie di super istituto professionale, ma come un’alta scuola post-dottorale di ricerca e formazione, sul modello della Scuola Normale di Pisa e di analoghe istituzioni soprattutto francesi. Il corpo docente della Scuola dovrebbe essere composto in parte di professori di ruolo (trasferiti nell’organico della Scuola dai ranghi delle università), e in parte composto di funzionari e altre figure provenienti dai ranghi del Mibact e in generale da quelli dell’Amministrazione pubblica (magistrati, avvocati, ricercatori etc) lì distaccati come docenti per periodi più o meno lunghi. È immaginabile una partnership proprio con l’INP francese, e comunque una accentuata apertura internazionale.
Accanto alla missione principale, la Scuola del Patrimonio potrebbe offrire altri due importanti servizi.
Il primo sarebbe quello di tenere uno o più corsi di dottorato di ricerca (per esempio in Storia del Patrimonio, o in Tutela del Patrimonio), master e altri selezionatissimi corsi a cui accedere sempre per concorso e a numero rigorosamente chiuso. Proprio il suo dottorato potrebbe diventare la via di formazione privilegiata per chi poi intenda tentare il concorso Mibact, tornando (se vincitore) a frequentare la stessa scuola per altri 24 mesi. Ma lo stesso dottorato potrebbe formare in modo migliore i futuri conservatori del patrimonio degli enti locali ed ecclesiastici: in questo modo il Mibact potrebbe garantire nel modo più efficace (e cioè educando, non solo prescrivendo) la tutela dell’enorme parte di patrimonio che non è dello Stato.
Il secondo sarebbe quello di ri-formare fin da subito il personale attualmente in organico presso il Ministero: sia con corsi mirati su singoli nodi problematici (per esempio la tutela del paesaggio e l’installazione di impianti per le energie rinnovabili), sia con corsi più generali.
Infine, la Scuola del Patrimonio rappresenterebbe l’anima scientifica della politica del Mibact stesso. Insieme all’OPD e all’ISCR essa dovrebbe garantire il servizio oggi offerto dai Comitati tecnico-scientifici, e (in stretta connessione col Consiglio Superiore dei Beni Culturli) potrebbe guidare la funzione di educazione nazionale al Patrimonio.
Infine, qualche notazione pratica. La fondazione di una simile Scuola del Patrimonio potrebbe forse offrire l’occasione per porre rimedio alla scandalosa, interminabile agonia dell’Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell’Arte di Palazzo Venezia, e della sua biblioteca. Mentre l’Institut National d’Histoire de l’Art di Parigi si va affermando come un polo di ricerca e formazione di raggio europeo, l’Istituto romano (modello e ispiratore di quello parigino) è sempre più irrilevante, atrofizzato, inutile. La nuova Scuola dovrebbe immediatamente assorbire le strutture, i libri, i ruoli e il finanziamento dell’INASA travasandoli in un nuovo contenitore molto più ambizioso.
D’altro canto, una simile scuola ha bisogno di biblioteche specializzate che sarebbe impensabile creare oggi dal nulla. In Italia esistono, dunque, solo due città che potrebbero ospitare la Scuola offrendo ai suoi allievi, anche attraverso speciali convenzioni, l’accesso ad adeguate raccolte librarie: alludo a Roma e Firenze, e alle biblioteche di proprietà della Fondazione Max Planck (Kunsthistorisches Institut e Bibliotheca Hertziana). Roma avrebbe il vantaggio di avere anche la biblioteca dell’Istituto Archeologico Germanico e la Biblioteca Vaticana: ma avrebbe lo svantaggio di essere troppo vicina al Ministero stesso. E per una simile Scuola l’indipendenza dalla politica sarebbe vitale. Firenze potrebbe offrire la vicinanza con Pisa (e dunque con le strutture della Scuola Normale) e con Bologna (sede della Fondazione Zeri), e una tradizione di rapporti internazionali assai utile (i Tatti etc.).
Probabilmente la scelta più sensata sarebbe immaginare una struttura decentrata in due poli. A Roma dovrebbe tenersi il primo anno comune, mentre per il secondo gli archeologi si fermerebbero a Roma e gli storici dell’arte e gli architetti si sposterebbero a Firenze. Avrebbe invece un valore simbolico pensare di scegliere come sede del secondo anno riservato ai bibliotecari e agli archivisti, il Monumento Nazionale dei Girolamini, a Napoli.
Sono consapevole che fondare una simile Scuola nell’Italia di oggi è una scommessa impervia. Ma se vogliamo davvero preparare un futuro – e un futuro migliore – alla tutela pubblica del «paesaggio e del patrimonio della nazione», ebbene appare davvero difficile sottrarsi a questa sfida.

 

T. MONTANARI, Per una scuola del Patrimonio, in L. CARLETTI, C. GIOMETTI, a cura di, De-tutela. Idee a confronto per la salvaguardia del patrimonio culturale e paesaggistico, Pisa 2014, pp. 125-129