“Non diamo una bella immagine nel mondo”. Così il ministro della Cultura Dario Franceschini liquida con fastidio la critica, argomentata sentenza, ben 47 pagine, del Consiglio di Stato sulla nomina di direttori stranieri alla guida di Musei italiani. Sentenza che la stessa Corte definisce in parte “definitiva” e in parte “parziale” trasmettendola all’Adunanza plenaria del Consiglio di Stato per una valutazione generale.

Tutto nasce dal ricorso della soprintendente Giovanna Paolozzi Strozzi contro le nomine dell’austriaco Peter Assmann alla direzione del Palazzo Ducale di Mantova e di Martina Bagnoli alla Galleria Estense di Modena. In base, non ad un concorso su bando europeo, come si è poi fatto per la direzione del Parco Archeologico del Colosseo, ma ad una “selezione pubblica”, con parecchie falle aperte, per superdirettori a 180.000 euro lordi all’anno di retribuzione in media contro i 30-35.000 dei loro predecessori.

La ricorrente aveva ottenuto 77 punti su 100 in entrambe le selezioni (Mantova e Modena), ma non è stata inserita nelle terne finali, non si sa perché. Come non si sa perché a “candidati esterni all’Amministrazione sia stato attribuito il massimo punteggio di 2 punti per conoscenza dell’organizzazione amministrativa italiana” pur non potendo essi avere questa “conoscenza”. Ma tant’è, fra i candidati “interni”, cioè fra direttori o soprintendenti italiani, ne fu promosso soltanto uno per 20 posti, con un evidente schiaffo ai candidati operanti da decenni onoratamente nei ruoli ministeriali.

La risposta, molto ambigua, del Ministero è sempre stata: la nostra selezione aveva “natura idoneativa”, finalizzata cioè a individuare gli elementi fra i quali – questo dice il Consiglio di Stato – “il Ministero stesso compie una scelta nella sostanza fiduciaria, e di conseguenza insindacabile”. Nella sentenza questi comportamenti vengono però sottolineati più volte criticamente. Anche se poi non si ritiene motivo valido di appello il fatto che i colloqui finali siano stati preclusi al pubblico o effettuati via Skype. Eppure la sentenza rimarca la natura pubblicistica di quelle nomine, trattandosi di dirigenti dello Stato destinati ad applicare l’articolo 9 della Costituzione ove si parla di “patrimonio della Nazione”. E qui entra in gioco l’altro elemento-chiave: possono venire nominati a quel vertici cittadini non italiani? La sentenza frena molto e trasmette la questione, assai delicata e di tipo generale, all’Assemblea plenaria del Consiglio. I dirigenti di Musei assumono infatti, rileva, decisioni che “comportano l’elaborazione, la decisione, l’esecuzione di provvedimenti autorizzativi e coercitivi”. Non sono incarichi che possano rientrare nel “principio della libera circolazione della manodopera”, e, se attribuiti a cittadini non italiani, prevedono una “cessione di sovranità” alla Ue.

Presuppongono l’esercizio di pubblici poteri assimilabili a quelli di magistrati, alti comandi, ecc. La Corte di Giustizia europea ha sentenziato che l’ordinamento nazionale “può legittimamente riservare ai cittadini i posti comportanti funzioni direttive su questi scientifiche e tecniche> come quelle dei Musei e dei Beni culturali”.

Insomma, andiamoci piano, E noi chiediamo: ma davvero questi superdirettori stranieri hanno compiuto le imprese “strabilianti” vantate da Franceschini? Abbiamo documentato il contrario. Proprio il Palazzo Ducale di Mantova nel 2017 ha segnato un calo di visitatori dell’11,1 %. Forse perché l’anno prima sotto le sue volte si era festeggiato l’affollato compleanno di Emma Marcegaglia con cena e ballo fino a tarda ora.

 

FQ | 3 febbraio 2018