Per fortuna non si è replicata la tragedia di Santa Croce: nessuna vittima, nessun ferito e nessun danno a ciò che riconosciamo come patrimonio culturale. La Cappella Brancacci è intatta. Ma possiamo confidare, appunto, nella fortuna ?

Quel che è successo al Carmine è ciò  che sarebbe un brutto colpo di tosse, un picco di febbre, una fitta allo stomaco per un paziente apparentemente in buone condizioni, ma novantenne. Firenze è antica  e fragile: e ce lo ricorda come può.  Sgretolandosi. Questa incessante richiesta di aiuto si traduce in un solo messaggio, espresso perfettamente da John Ruskin (nelle Sette lampade dell’architettura, 1849): “Take proper care of your monuments and you will not need to restore them”. Prendetevi cura dei vostri monumenti, e non avrete bisogno di restaurarli.
E’ la manutenzione ordinaria la chiave. Ma è proprio  quella che ci ostiniamo a non fare. La cancelliamo dai bilanci, non le destiniamo personale, non ne parliamo nemmeno: grigia e routinaria com’è non interessa a nessuno. A nessun ministro per i Beni culturali: e in particolare a quello uscente.
Affoghiamo nella retorica della valorizzazione, dei record di incassi, dei grandi musei traboccanti di folla.  Del resto del patrimonio  non sappiamo bene cosa farcene: in questi giorni  si legge di degustazioni di vini sotto la Maestà di Simone Martini nel Palazzo Pubblico di Siena, dello yoga tra i quadri della Pilotta a Parma, di cene eleganti con candele a fiamma libera (!) nella galleria del Museo civico di Ascoli. E questa idea che  i monumenti siano uno sfondo, una location, qualcosa che assomiglia alla musica di sottofondo di un aeroporto, contribuisce a non farceli più vedere. Spariscono, semplicemente: con tutto il loro carico di anni e fragilità.  E così concentriamo  tutto il personale nei luoghi ‘redditizi’ , che finiamo con l’iper-restaurare: e lasciamo che tutto il resto languisca nel buio. Anche in questo caso ci viene spontaneo  dire che si tratta di un qualche luogo ‘vicino alla Cappella Brancacci’.
C’è un solo modo  per ascoltare e far tesoro dei messaggi accorati che Firenze ci manda: conoscerla tutta, amarla, saperla leggere per quello che è. Smettere di considerarla una quinta per il nostro presente e ricominciare a prendere atto della sua ‘alterità’ , cioè della sua vecchiaia, della sua fragilità, del suo bisogno di cure. Non solo potremmo riuscire a salvarla, ma anche a resuscitare la nostra umanità. Non meno fragile e bisognosa di cure.
REPUBBLICA-Firenze, 2 febbraio 2018