Anima gli archeologi pugliesi il dibattito circa un progetto pilota che vede coinvolti due musei, il Castromediano di Lecce ed il Ribezzo di Brindisi, finalizzato all’inclusione dei migranti mediante loro utilizzo quali guide. La legittima volontà

dell’Assessore Regionale Loredana Capone di garantire ai musei la funzione di ‘presidi di comunità’ suscita tuttavia lo sdegno di quanti, archeologi con laurea e specializzazione, si vedono da un lato negata la possibilità di esercitare la professione di guida in assenza di un famigerato patentino, dall’altro si sentono ancora una volta, l’ennesima, traditi da un Ministero che, in maniera bipolare, pretende una sempre crescente formazione (si veda la trovata della Scuola del Patrimonio) salvo poi delegittimarla per concedere deroghe come nel caso in questione. Due riflessioni appaiono doverose. La prima riguarda la professione di guida turistica. È possibile che un esperto di beni culturali, archeologo, laureato e magari anche specializzato e dottorato, abbia bisogno di un esame abilitante per poter fare la guida (professione per la quale è richiesto al più un diploma di scuola superiore)? Non sarebbe più opportuno che le sempre più disertate facoltà di beni culturali, al termine delle quali la legislazione oggi non abilita a nessuna professione, prevedano quanto meno come sbocco naturale, tra gli altri, quello della guida turistica? La seconda riflessione concerne il mondo dell’archeologia, sul quale non si è mai legiferato concretamente salvo che per la regolamentazione – quasi mai applicata in maniera puntuale – circa l’archeologia preventiva (poiché si invadeva il campo dei lavori pubblici). Sicché oggi ci chiediamo, chi è davvero l’archeologo? Quali mansioni può svolgere e con quali titoli? Quanto dovrebbe guadagnare? Ma soprattutto, quale ruolo ha – atteso che ne abbia – nella società civile? Su questi argomenti regna la confusione più totale, al punto che in molti cadiamo nella trappola di reinventarci come esperti di turismo, invadendo quindi campi per i quali altri si sono formati, o quanto meno di un suo settore (i viaggi culturali, appunto). Temo, tuttavia, che questo modo di pensare, di reinventarci, si sia stratificato – per dirla in termini archeologici – nelle nostre menti poiché indotto dall’esterno. E siamo ancora una volta al punto di partenza, alla deformazione di un ministero, quello dei Beni Culturali, erroneamente legato a quello del Turismo, anziché, forse più propriamente alla Pubblica Istruzione. Un Ministero che nella sua breve vita ha visto accorparsi – e sottrarsi – varie competenze in materia di ambiente, di sport, di spettacolo e, infine di turismo. Ergo, sono un professionista dei beni culturali, ma non so bene chi sono, non mi è chiaro quali siano i miei ambiti di intervento, non so davvero se la mia professione è ritenuta utile in questo Stato che continua a bruciare Patrimonio come petrolio (il più triste degli assiomi mai inventati) anziché concepirlo quale elemento fondante la nostra idea di Comunità.