In sul finir della legislatura, come è d’uopo, più d’un ministro si accinge a ricordare le iniziative promosse o realizzate magari insieme al consenso dell’opinione pubblica, che però non è stato

presentato come una completa rassegna stampa sul significato, sui cambiamenti e sulle criticità che le operazioni hanno prodotto o avviato. Non sfugge alla regola il ministro alla cultura Dario Franceschini, che il 10 novembre 2017 ha chiamato a Roma i direttori dei 20 musei autonomi (1) da lui nominati nel 2015, per una prima esposizione pubblica delle cose fatte più che per un confronto sugli obiettivi raggiunti, riducendo così l’incontro a una rendicontazione di numeri assoluti di visitatori e ai relativi incassi monetari. È venuta meno pertanto l’occasione per una riflessione generale sulle funzioni del museo, contenitore e rappresentatore di storia, sui suoi legami con il territorio, sul suo sviluppo attraverso le politiche di tutela e di valorizzazione con i loro risvolti gestionali. In più le cifre pubblicizzate, anche se di grande impatto per i nostri ragionieri, non rendono giustizia delle realtà museali, perché non ci rivelano l’andamento del turismo, né la composizione  della domanda, magari con l’obiettivo di differenziare, adeguare e migliorare l’offerta all’utenza. Tantomeno non offrono risposte agli atavici mali vieppiù denunciati dalla parte più avvertita degli addetti, dagli studiosi, dalla pubblica opinione in tema di ridotti finanziamenti, tagli al personale fra l’altro in gran parte vetusto, assenza di investimenti, sprechi di risorse, ridotte capacità di intervento nelle azioni di tutela e salvaguardia dei beni culturali e voce assente nella politica delle grandi opere pubbliche. E altro ancora si potrebbe aggiungere riguardo alla gestione del ministro Dario Franceschini e alla sua dichiarata volontà “riformatrice” verso «una piena integrazione tra cultura e turismo; la semplificazione dell’amministrazione periferica; l’ammodernamento della struttura centrale; la valorizzazione dei musei italiani; la valorizzazione delle arti contemporanee;  e il rilancio delle politiche di innovazione e di formazione e valorizzazione del personale Mibact (2) ».

Propositi, almeno sulla carta, più che condivisibili, ma che necessitavano a monte di una puntuale analisi sulla mission del Ministero e della sua organizzazione, non disgiunta da una matura riflessione sulla sua costituzione e funzionamento, e da una puntuale individuazione dei punti di caduta (tipo il mancato rapporto con il disegno della Commissione (3)  parlamentare Francesco Franceschini) e degli strumenti per uscirne. Un primo limite lo farei risalire proprio nella “nascita” del Ministero, in quanto la riforma di Giovanni Spadolini non fu pensata per assicurare la sopravvivenza e la trasmissibilità dei beni culturali, quanto piuttosto fu un’operazione di potere condotta trasferendo e assemblando istituti, uffici, risorse e beni in una nuova entità amministrativa più che tecnica. Competenze provenienti dalla Pubblica istruzione, dalla Presidenza del consiglio e dal ministero dell’Interno con le loro articolazioni territoriali andarono a costituire il primo nucleo Mibac, di cui successivamente (almeno da Veltroni in poi) si cercò di ampliare le funzioni fino al turismo,  lasciandone tuttavia altre per strada (pareri obbligatori nelle opere pubbliche o nei condoni), o utilizzando il Ministero come una sorta di ammortizzatore sociale per il personale delle aree di crisi o di enti soppressi. Ma il tutto è stato condotto senza una linea, un programma né una revisione della struttura, insomma è stato un accumulo e una redistribuzione a quella direzione o a un’altra senza nessun ripensamento complessivo. Questa crescita perlomeno disordinata non è stata neutra, ma ha comportato riassestamenti soprattutto nella struttura organizzativa centrale: direzioni generali e uffici nati e scomparsi con costanza, così come i responsabili con le relative pratiche, archivi ecc. Il quadro si è poi completato con le “scoperte” di immagini o di gestioni che ogni ministro o il suo staff hanno orecchiato in ambiti diversi, tipo i beni culturali come petrolio, la cultura si mangia o non ci si mangia, fundraising, tutto lo spettro delle (finte) privatizzazioni, poi sistema gestionale a dipartimenti e/o il segretariato generale, le direzioni generali ecc. Prima ancora di condividere o dissentire, va rilevato come questo coacervo di opzioni gestionali-organizzative scarsamente si attagliano ai beni culturali. Un limite insito già nel disegno spadoliniano è stato quello di lasciare i tre principali settori delle arti, biblioteche e archivi scissi e affidati a tre distinte direzioni generali, rigidamente guidate da uomini prepotenti o non capaci di articolare una forma qualsiasi di dialogo. Si ricordano del periodo i bilanci squilibrati e quasi completamente assorbiti dal settore storico-artistico rispetto alle ristrettezze di archivi e biblioteche; situazione che rimarrà immutata anche a seguito delle altre “riforme”, ad iniziare da quella  del 1998 di Walter Veltroni, Giovanna Melandri, Giuliano Urbani…Dario Franceschini. Con Veltroni viene sperimentata una diversa forma di autonomia amministrativo-contabile a Pompei rispetto, per esempio, a quella della BNCR; viene redatto il Testo unico dei beni culturali (lavoro egregio ma timido, che offrirà le basi al successivo Codice dei beni culturali di Giuliano Urbani); viene “teorizzata” la  separazione (un po’ cervellotica) fra tutela, valorizzazione e gestione; creata una società mista (in house) a capitale pubblico; data la possibilità di trasferire le biblioteche universitarie alle università (sic!)…, ma al tempo stesso non viene innovata la struttura centrale né i servizi da rendere all’utenza. Tuttavia, a fronte di un contesto non scevro da innovazioni normative, risalta la vigorosa forza dell’apparato burocratico e insieme la debolezza dei ministri e l’insipienza della dirigenza tecnica. Quest’ultima, per meri calcoli di carriera, seguirà il politico di turno nelle sue giravolte piuttosto che rapportarsi con le necessità della tutela dei beni affidati, o con il  territorio su cui essi insistono. Ad una articolazione centrale e di istituti, soprintendenze, viene inserita la soprintendenza regionale, con il compito di coordinare e rispondere alla direzione generale di competenza. Successivamente queste assurgeranno a direzione regionale dei beni culturali come nuovo centro di spesa contemporaneamente mantenendo le direzioni generali (facendo aumentare i posti di dirigenti generali da 6  a 44), e tutto a “invarianza di spesa” (4) ). In più, a corollario di questo, viene ad aggiungersi la figura del segretario generale…Ma se al centro si ride, non è così in periferia, nel territorio, dove ai problemi che ho definito atavici (risorse e personale) se ne  aggiungono altri frutto di nuove competenze/incombenze (sicurezza dei lavoratori, disastri ambientali, lavori pubblici, art bonus, mecenatismo, grandi opere…esportazione); l’introduzione di innovazioni (internet e nuove tecnologie) alle quali si fa fatica a corrispondere. Da qui una certa insofferenza verso le soprintendenze, lo spoliamento di ruolo e il ritorno del “privato è bello (5)”, nonché la ricerca di occasioni di autofinanziamento, dalle cene alle partite di golf, al ballo…fino al fundraising. Un impegno che può senz’altro far reperire risorse finanziarie “private”, come quelle su cui si è costituita la fondazione Museo dell’antichità egizie, ma che non può far venire meno quello dello stato, così come avviene (almeno sulla carta) per la scuola: scuola e beni culturali come indifferibile presidio alla formazione dei cittadini. Lì e qui non esistono scorciatoie al raggiungimento dell’obiettivo, come l’esperienza e le riforme di questi anni dimostrano: sulla scuola si continua a sottrarre  tempo allo studio, prima con le lauree triennali (non spendibili sul mercato del lavoro!), i licei quadriennali, la scuola- lavoro o l’accesso nei ruoli, sacrificando tempo alla formazione, vieppiù compressa a vantaggio di un supposto ingresso nel “mercato del lavoro”, ma in nero. Un procedimento simile si può seguire nei beni culturali dove, per le ragioni più svariate, il regime “autorizzatorio” non  può procedere con celerità nei lavori di restauro e di ristrutturazione, e il legislatore, invece di intervenire per  razionalizzare, semplificare e investire sulla struttura, è arrivato a negarne l’utilità, relegandola a conservatoria o a supporto di eventi.  Che è poi la veltroniana “valorizzazione”, cioè “aprire (scil.vendere)” i luoghi della cultura tout court  (l’apertura/chiusura della Domus Aurea, Pompei, palazzo Altemps, la galleria Borghese, l’Ara Pacis, il Maxxi,…i grandi musei, fino al Pantheon), eliminando gli ingressi gratuiti (6),  ma al contempo senza migliorarne i servizi e lasciando fuori la parte “non vendibile” libro-documentaria, nonché la burocrazia. Linea sulla quale si innestano le “riforme” di Franceschini, che smantellano le direzioni regionali  declassandole a Soprintendenze uniche regionali, così da avere posti dirigenziali di prima fascia per i “grandi musei” da affidare a personale estraneo all’amministrazione, senza peraltro modificare le  linee di comando o rendere giustizia ai settori vilipesi dell’amministrazione, in primis le biblioteche e gli archivi.   Insomma siamo di fronte ad una “riforma” continua, con riassegnazioni di funzioni e compiti, riaccentramento di  poteri  e, innanzitutto, promozioni di dirigenti, ma che non risolve nessuno dei problemi che attanagliano il Mibact fino a condurlo in un cul de sac.

Si è instaurata una situazione che ha reso vieppiù precari gli ambiti delle azioni fino alle certezze disciplinari. A giorni alterni si scoprono connessioni e interconnessioni fra istituti la cui diversa natura e azione è stata da sempre intangibile, pensiamo all’archeologia e all’architettura, alla storia dell’arte e alle biblioteche, archivi ecc. che con un colpo di decreto vengono riunificati all’insegna del dio olistico (che poi altro non era che la riunione delle soprintendenze archeologiche sotto quelle architettoniche-storico-artistiche). Sicuramente una movimentazione di personale, di carte e di conflitti di competenze che ha spaccato il Mibact facendogli perdere quel poco di lucidità che aveva. La parcellizzazione della dirigenza, il venir meno di riferimenti certi e di guida univoca nonostante la riunificazione delle funzioni (ma non tutte relative alla tutela dei grandi musei o alla stazione appaltante) in “un unico” soggetto territoriale, non ha coordinato né semplificato la gestione né garantito il monitoraggio dei Beni e la loro tutela. Abbiamo insomma una sorta di monadi, seppur guidate da un tecnico, che non sono in grado di rappresentare le peculiarità e le dinamiche di ogni settore (un   architetto per esempio sarà “più sensibile” verso gli aspetti architettonici che quelli artistici, archeologici…figuriamoci quelli librari-documentari!). Al di là delle battute olistiche orecchiate dal Ministro, nel suo obiettivo rimangono i musei che sono da sempre sottovalutati: «privi di effettiva autonomia, essi sono tutti, salvo casi sporadici e non legati a un disegno unitario, articolazioni delle soprintendenze e dunque privi di qualifica dirigenziale».

Da qui quella che chiama “riforma”, con il compito di mutare radicalmente questa “sottovalutazione”, «assicurando al contempo che sia mantenuto il legame dei musei con il territorio e con le Soprintendenze e fatte salve le prioritarie esigenze di tutela e dell’unitarietà del patrimonio culturale della Nazione(7)». Per le biblioteche rimane l’affermazione sulla loro autonomia tecnico-scientifica (8)  che in questo bailamme gestionale rischia di apparire come la classica foglia di fico: le biblioteche “storiche”, tipo Braidense, Palatina, Estense, Reale ….(ma non la Laurenziana, mentre quella di Archeologia e storia dell’arte dovrà essere gestita da una fondazione ) sono passate sotto i rispettivi musei o Poli, così come si continua ad auspicare che le universitarie “ritornino” (sic!) all’università. Non so chi abbia presieduto alla scelta, sicuramente uno di quei tanti parvenus che albergano nel Mibact, che continuano a considerare le biblioteche un orpello,  visto che con esse sicuramente non si mangia (ammesso che lo si faccia con i musei), per cui non si investe. Il bene culturale non è una merce né un oggetto di godimento, o meglio lo si gode in virtù della sua storia: esso è un testimone irripetibile di un trascorso mai trapassato e fondamento della nostra identità, del nostro stare insieme, della nostra società, e perciò strumento di crescita culturale che unitamente alla scuola forma i cittadini (9). Da questa impegnativa definizione scaturiscono più terreni di intervento, dal reperimento delle risorse che non possono che essere a carico dello stato all’etica della responsabilità nella gestione. Cosa che mi sembra non abbia sostenuto questo “sciagurato” ventennio di riformatori né, di converso, la dirigenza tecnico-scientifica, che dovrebbe contrastare il non senso di talune scelte, come quella di tornare a separare  la storia dal servizio: che senso ha oggi tornare a dire che le biblioteche Palatina, Braidense…Alessandrina, Universitaria di Pisa si “restituiscono” ai rispettivi complessi monumentali Pilotta, Brera o università (10) ? Penso solo all’Alessandrina, che ha svolto servizi agli studenti romani e assorbito anche materiali di biblioteche di alcune facoltà, ma i suoi fondi storici sono di altra provenienza, romana e non (fra questi ricordo la parte a stampa degli urbinati) ecc. Questo solo per dire che la storia della formazione e uso della biblioteca non può essere conclusa nel museo, tanto più che essa è parte di un sistema bibliotecario cioè di servizi talmente dinamici, specializzati e in progress che richiedono guida, dialogo integrato, infine spazi confacenti, senza per questo far venire meno la funzione di studio, salvaguardia e trasmissione del patrimonio posseduto, che è compito precipuo affidato dalla Costituzione a tutte le entità pubbliche  e private (scil. Beni vincolati e notificati). Ciò vale tanto più oggi in presenza di fonti d’informazione e forme di comunicazione che stanno modificando nel profondo il pubblico e il ruolo delle biblioteche. Invece, in un momento di profondo cambiamento, assistiamo ad un  pauroso ridimensionamento delle biblioteche Mibact, che non solo vengono private della funzione dirigenziale (seppur in un contesto museale), ma addirittura viene stravolto il ruolo di quelle già nazionali, affidandole ai segretariati regionali o facendole coordinare da altre biblioteche: il caso delle centrali di Roma e Firenze che sulla carta dovrebbero coordinare le biblioteche che insistono sui  rispettivi territori. Il tutto avviene senza una qualche idea progettuale, obiettivi di tutela da perseguire, miglioramento dei servizi e, al solito, in assenza di risorse adeguate.

Un approccio più burocratico che funzionale, che rischia di bloccare il percorso virtuoso di cooperazione fra le biblioteche indipendentemente dalla loro dipendenza amministrativa (statali, locali, ecclesiastiche…private) fin qui condotto dall’ICCU e con l’SBN.

A questo stato della “riforma”, la volontà olistica sta franando non solo per il ruolo delle biblioteche o per l’assenza degli archivi statali e comunali, per la creazione di un Consiglio superiore per il cinema e l’audiovisivo al di fuori del Consiglio superiore poi di due nuove direzioni generali “per la sicurezza” e per “l’industria culturale e creativa”. Prima di sondarne l’aderenza alla realtà fattuale o alla semplificazione se non al buon andamento si creano per spostare e sistemare persone indipendentemente dai loro curricula. Per fare un esempio qualche lustro fa, dopo i disastri al museo di Bagdad e all’aiuto del Mibac per ovviarli, si pubblicizzò una sorta di corpo “caschi blu del restauro” diretti dal Ministero (è superfluo aggiungere che oggi gli iracheni stanno restaurando il proprio patrimonio con i francesi?) poi più niente. O meglio il Ministro ne ha riparlato subito dopo i terremoti del centro Italia del 2016…solo che nessuno ha avuto modo di apprezzarne l’azione. Insomma parole o strutture che non si integrano, non interagiscono fra loro e con il territorio,  solo vuote scatole con a capo un direttore generale, mi raccomando.

 

Note al testo

[1] Creati nel 2014 e gli obiettivi secondo il Nostro dovevano essere «Recupero della missione di educazione e ricerca di competenza del Mibact;  creazione di un sistema museale nazionale e Autonomia degli Istituti museali».

[2] E specifica nel sito istituzionale MiBACT che la riforma intende intervenire su «la assoluta mancanza di integrazione tra i due ambiti di intervento del Ministero, la cultura e il turismo» , «la cronica carenza di autonomia dei musei italiani, che ne limitano grandemente le potenzialità (…) il ritardo del Ministero nelle politiche di innovazione e di formazione»  di conseguenza, «l’amministrazione periferica è stata ripensata (…) per dare maggior importanza alle politiche di promozione, valorizzazione e formazione (…) riconoscere la valenza internazionale degli istituti d’eccellenza del MIBACT e rafforzare le politiche di cooperazione culturale all’estero».

[3] Per la salvezza dei beni culturali in Italia. Atti e documenti della Commissione d’indagine per la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico, archeologico, artistico e del paesaggi, Roma, Colombo, 1967.

[4] Simpatica invenzione quella delle “riforme a costo zero” usata per far passare diverse nefandezze come quella al Mibac dove, per aumentare i posti di prima fascia, si sono dovuti ridurre quelli di seconda, “declassando” gli istituti, ovvero eliminando la dirigenza in primis a biblioteche e archivi

[5] V. L’affidamento – senza gara- dei musei di Ravenna (Basilica di sant’Apollinare in Classe; Mausoleo di Teodorico; Museo Nazionale di Ravenna; Palazzo di Teodorico; Battistero degli Ariani) alla società Ravenna Antica.

[6] Dall’altro a mo’ di risarcimento si è offerta la prima domenica del mese come se fosse la medesima cosa. Che dire poi della scarsa considerazione degli artisti non solo in termini previdenziali ma anche di agibilità nelle mostre e musei, privandoli  delle possibilità di osservazione, studio, ideazione…

[7] D.Franceschini, La riforma dei beni culturali, in “Calendario del popolo” 766(2015) p.19. Affermazioni smentite dalla realtà, v. V.Emiliani, Basilicata, un solo archeologo. La Magna Grecia senza tutela, in “Il fatto quotidiano” 10 dicembre 2017, pp.10-1.

[8] « Le biblioteche pubbliche statali (…), sono dotate di autonomia  tecnico-scientifica  e  svolgono  i  propri compiti  tenuto  conto  della  specificità  delle  raccolte…» (ex art.3 c.3, Dm. 27 novembre 2014).

«Al fine di migliorare  la  fruizione  e  la  valorizzazione  del patrimonio culturale e in coerenza con ragioni di carattere  storico, artistico,  architettonico  o  culturale,  con  uno  o  più’  decreti ministeriali può essere disposto l’accorpamento di istituti e luoghi della cultura, quali  musei,  archivi  e  biblioteche,  operanti  nel territorio del medesimo Comune»(cfr. c.6 ex art.3, Dm. 27 novembre 2014).

[9] Vale anche questa di P.L.Sacco (“Ilsole24ore” , 10 dicembre 2017 p.24):«Il patrimonio è uno sterminato archivio di possibilità che sta a noi organizzare, navigare ed abitare, e non solo conservare e va inevitabilmente compreso e visto nella prospettiva futura, nella capacità generativa. Più si è capaci di pensare il patrimonio come un processo in continua evoluzione piuttosto che come una realtà cristallizzata da conservare, e più si riesce non soltanto a conservare, ma anche a contribuire al suo sviluppo organico».

[10] Perché insistere dopo la pessima esperienza fatta a Bologna del trasferimento della Biblioteca all’Università?