È proprio uno strano paese il nostro. Prevale, infatti, la retorica del bene comune ma poi si gestisce il patrimonio culturale pubblico come fosse un bene privato. Strano paese nel quale spesso ci si richiama all’articolo 9 della Costituzione dove è evidente il nesso tra la tutela di detto patrimonio e lo sviluppo della cultura, ma l’indicatore prevalente di buona gestione finisce con il misurarsi con il numero di visitatori. Chi pensa che fittare i saloni della nostra Versailles

per un banchetto matrimoniale, corrisponda a creare un simulacro classista delle antiche feste di corte, dove la barriera all’entrata non è data dal tasso di sangue blu, ma dalla disponibilità a pagare del richiedente, è considerato un elitario, significando ciò, soprattutto, chi sente antipatia per un popolo considerato non adatto a fruire come si deve del nostro importante patrimonio culturale. Dello stesso atteggiamento elitario viene anche accusato chi non comprende cosa abbia a che fare una mostra sulla storia del calcio Napoli, allestita in uno dei più importanti musei archeologici d’Italia e quindi del mondo. Si viene accusati di non comprensione della valenza artistica e culturale della commistione, ad esempio, tra l’Ercole farnese e il Maradona argentino. In difesa di queste scelte, non manca chi osserva, sbagliando, che così fan tutti nel resto del mondo e che occorre uscire dal nostro provincialismo. A sentire i responsabili della gestione di questi patrimoni, non v’è nulla di male, sia nell’utilizzarli a fini privati, garantendo comunque l’ordinaria fruizione, sia richiamare visitatori attraverso mostre su argomenti certamente più attrattivi come il calcio. La ragione è nell’ottenere finanziamenti aggiuntivi a quelli ordinari sempre più esigui. La ragione è quindi economica, altrimenti, mi sembra di capire, si eviterebbe un uso improprio. È per questo che come economista mi sento legittimato a fare alcune osservazioni. La prima è che una gestione volta alla massimizzazione dei visitatori non ha prevalente ragione culturale, potendosi senza dubbio ammettere che la densità di visitatori è inversamente correlata con la qualità della visita, ma rappresenta un obiettivo di natura esclusivamente economica. La seconda è che, ancora una volta, è solo la necessità economica che forza il gestore a ponderare di più il numeratore nel rapporto tra il gusto del privato e le caratteristiche di bene pubblico. La domanda razionale dell’economista è: ma ne vale la pena? Auspicando una maggiore visibilità dei conti pubblici del ministero, che possa consentire analisi approfondite delle caratteristiche economiche del patrimonio culturale, con riferimento all’ultimo anno disponibile come dati consolidati (2015), osserviamo che i proventi da visitatori ammontano solo al 7,84% della spesa complessiva per la tutela e valorizzazione del patrimonio culturale nazionale e che, ad esempio, gli introiti della Reggia di Caserta vi incidono per l’1,6%. Inoltre, il fitto delle sale per il matrimonio ha inciso per lo 0,97% degli introiti da visitatori. Si tratta di tariffe decise dal ministero, ma lascia perplessi la sua entità (20000 euro) che ci sembra del tutto fuori mercato, tenuto conto della particolare location, della visibilità che gli sposi ottengono e che riteniamo apprezzino e che può valere, se almeno uno degli sposi è un imprenditore, più di una meno modesta sponsorizzazione. Insomma, si invoca il mercato e poi neanche ci si adegua. La ragione della piccolissima incidenza dei proventi da visitatori risiede nel fatto che il patrimonio culturale il più delle volte si trova a operare in condizioni definite di fallimento del mercato. In altre parole, per quanti sforzi si possano fare e indipendentemente dalla bravura del manager di turno, la gestione secondo regole di mercato non è possibile. Se ne facciano una ragione politici e amministratori. Utilizzassero i manager quindi i loro talenti per migliorare la qualità della fruizione, ad esempio riducendo, lì dove necessario, la densità dei visitatori e i politici incentivassero la conoscenza del patrimonio culturale non riducendo gli anni di scuola e le ore di storia dell’arte.

 

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