È osceno il messaggio che scaturisce dal fanta-matrimonio alla Reggia di Caserta: in un tempo di atroce diseguaglianza e in una terra sfigurata dalla prepotenza dei potenti, lo Stato dice che chi ha i soldi può comprarsi tutto. Anche l’uso di un monumento nazionale mantenuto con le

tasse della povera gente che sta fuori a guardare i nuovi ricchi a banchetto. La Reggia torna una reggia dell’antico regime: con tanti saluti alla sovranità nazionale.

Dopo il festino pre-matrimoniale a Palazzo Pitti a Firenze, il matrimonio trash della Reggia illustra la “dottrina Franceschini”: mercificazione spinta, a detrimento della tutela (terribilmente eloquente la fotografia dell’allestitore del serto floreale, tranquillamente a cavallo di uno dei leoni monumentali dello scalone) e della funzione costituzionale del patrimonio. E perfino una deputata del Pd (il partito del ministro Franceschini e il partito che sta vagliando la candidatura del direttore della Reggia alle prossime politiche) scrive che «se questo è il prezzo da pagare per avere un po’ di soldi in più per i nostri beni culturali, non so se davvero ne valga la pena».

Già, il prezzo: parafrasando la pubblicità di una carta di credito, la Reggia passa da «ciò che non ha prezzo» a «tutto il resto», per cui basta pagare. Ma pagare quanto? Trentamila miserabili euro: niente in confronto a ciò che avrà chiesto Bocelli per cantare in chiesa, o anche solo della fortuna spesa in fiori esotici.

Anche questo è eloquente: dando un prezzo a tutto, ci accorgiamo quanto vale per noi il patrimonio culturale.

Spiccioli.

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