Il dilemma – È un tentativo di guadagnare cittadinanza nell’arena della Cultura Massima, dove comandano i potenti di sempre? O un ammiccamento, che nasconde una persistente sudditanza culturale?

Un viaggio negli Emirati è straniante di per sé. Si trova tutto ciò che ci s’aspetta – follia architettonica, contrasti netti, società a due velocità, manodopere a livelli di sottomissione per noi inconcepibili – ma anche molto altro: per dirne una, la dimensione soft dell’Islam, comprensibile, esportabile, pronta a essere globalizzata.

E poi, adesso, ci si trova il Louvre. È l’ultimo scoop degli sceicchi. L’operazione, con tutta la sua

audacia, s’inquadra nel progetto lanciato dallo sceicco Zayed per lo sviluppo del distretto culturale di Abu Dhabi, sulla Saadiyat Island (l’isola della Felicità) collegata alla terraferma da un ponte, dove troveranno posto, oltre al Louvre, alberghi e condomini di lusso, la versione locale del Guggenheim Museum (7 volte più grande dell’originale) di Frank Gehry, un museo del mare opera di Tadao Ando, un Performing Arts Centre firmato dalla scomparsa Zaha Hadid e il Museo Nazionale disegnato da Norman Foster, con pianta a forma di ala di falcone, per onorare l’hobby dello sceicco. È la risposta di Abu Dhabi ai fratelli/rivali di Dubai: se là ci si è lanciati verso turismo e investimenti immobiliari foraggiati da un intrattenimento non sofisticato, Abu Dhabi mantiene aspirazioni più alte, sospinte dalla business community europea che lavora in città. Dunque ecco il Louvre. Pagando un miliardo e 150 milioni di dollari lo sceicco Zayed s’è assicurato il marchio “Louvre” per 30 anni, a partire dall’inizio dei lavori (ne restano una quindicina) e il prestito per dieci anni di 300 opere provenienti dalle sale del museo parigino e da altre istituzioni d’Oltralpe (d’Orsay, Pompidou, Biblioteca Nazionale), per dar tempo alla nascente struttura di allestire la propria permanente – gli acquisti sono in corso – permettendo da subito la rappresentazione del principio ispirativo: una visione onnicomprensiva della storia dell’arte mondiale, dolcemente sottratta all’eurocentrismo che ha sempre caratterizzato queste rappresentazioni enciclopediche.

L’incarico di costruire il museo è andato a Jean Nouvel: l’effetto speciale a cui è ricorso è quello di far discendere nell’isola una struttura che evoca una nave spaziale, bassa e piatta, sovrastata da una cupola traforata a trama fitta, che permette solo a pochi raggi del sole arabo di penetrare nello spazio sottostante. Sotto la cupola, sparpagliati come fabbricati d’una medina, i padiglioni espositivi, oltre a un suggestivo anfiteatro abbracciato da lingue di mare che s’insinuano nella struttura e un bar modernista. Un guscio ben studiato, empaticamente connesso con l’ambiente circostante, che non impone segni d’una cultura diversa e non induce il sospetto che spendere un capitale per innalzare quell’insegna sia stato solo un gesto esibizionistico.

È questa la principale riflessione prodotta da una visita al Louvre Abu Dhabi condotta con occhi europei: che fine hanno fatto la colonizzazione e i suoi sviluppi. Perché questa terra è stata una colonia e come tale non ha ricevuto alcun riscatto socioculturale finché non ha fatto da sola, quando s’è scoperta indipendente e ricchissima e s’è data una forma nuova, ambiziosa, futuribile. Non poteva tardare il momento in cui l’arte sarebbe entrata nel procedimento e là sono state prodotte delle scelte a cominciare dall’apprezzabile umiltà dei governanti, nel cercare l’aiuto di chi possedeva il know how e la materia prima dell’arte, ovvero i capolavori. O come il pragmatismo e la visione d’investimento concretizzata pagando dei conti salati, con la consapevolezza d’essere guardati come ultimi arrivati da chi amministra le regole del secolare potere culturale. Per questo motivo, a dispetto dei difetti dell’edificio di Nouvel, di alcune soluzioni facilmente spettacolari e di certe atmosfere da parco a tema, il primo sentimento nei confronti dell’opera è di rispetto, per com’è lampante che non si tratti d’un capriccio, ma del segmento di un processo importante. Ciò che s’incontra nei padiglioni per ora è un “bignami” della storia dell’arte di tutti tempi, allestito secondo la regola dell’uno di tutto. Un’antologia che abbina opere accreditate ad altre esotiche, in un confronto che colloca la statuetta egiziana del molto Avanti Cristo nei dintorni di un capolavoro rinascimentale, cercando rare scintille d’empatia.

La nostra attenzione, inevitabilmente, finisce attratta dal misterioso “Ritratto di Dama” di Leonardo, da un celebre autoritratto di Van Gogh, da Giacometti, Picasso, Magritte e Jackson Pollock, tutti in disciplinata fila indiana, in questo tentativo di coniugare la più assoluta varietà culturale. L’effetto è sottilmente fastidioso, benignamente paternalistico. Fin al momento in cui, destando massimo sconcerto, arriva l’incontro col quadro che gode in assoluto della migliore posizione nelle sale: nientemeno che Napoleone Bonaparte a cavallo, nel celebre dipinto agiografico di Jacques-Louis David (prestato da Versailles), col condottiero nel gesto di valicare le Alpi. Viene da chiedersi perché proprio quell’opera, ingombrante simbolo della colonizzazione, sia stata collocato a regnare su un progetto che vorrebbe essere multiculturale e riequilibratore. Del resto, guardando meglio, dei grandi mali del mondo in queste gallerie non c’è traccia. Delle violenze, ingiustizie, schiavitù. Tornano allora alla mente le polemiche che hanno circondato i lavori di questo Louvre, riguardo alle pessime condizioni offerte degli operai.

Cos’è, davvero, questo Louvre delle sabbie? È il museo per tutti, che dice di essere, celebrando “l’umanità in una nuova luce d’armonia e tolleranza”? O è un tentativo, pagato a caro prezzo, di guadagnare cittadinanza nell’arena della Cultura Massima, dove comandano i potenti di sempre? O un costoso ammiccamento che nasconde una persistente sudditanza culturale? Emmanuel Macron, visitando il museo, se l’è cavata dicendo che incarna l’universalismo e la fraternità. I critici hanno parlato del trionfo dello stile sheikh chic, desiderio di legittimazione degli ultimi arrivati tra i miliardari. Intanto la regione dattorno conosce crisi profonde e i francesi aprono la loro prima base nel Golfo. La sensazione conclusiva è che la distanza tra le due culture resti ampia, nonostante lo sforzo. E che sia ancora in circolo un sentimento di superiorità, che ricopre un bel posto come questo d’una patina sgradevole. Che evoca un sottile inganno, perpetrato ai danni di coloro che hanno voluto tutto ciò, in parte per soddisfare le proprie ambizioni, ma con lo sguardo proteso verso la definitiva consacrazione del loro successo. Che, laggiù ci s’illude, dovrebbe coincidere con l’Expo 2020.

FQ | 17 dicembre 2017