La rivoluzione dei processi di produzione di massa ha in breve tempo cambiato i costumi, affidando ai mezzi di comunicazione digitale un ruolo determinante, che ha influenzato i meccanismi di apprendimento e gestione delle attività quotidiane. Il filtro virtuale ha fatto nascere nuove pratiche relazionali con meccanismi di dipendenza fisica e mentale, le cui conseguenze sono visibili a occhio nudo, ma ancora sottovalutate e non pienamente indagate nel lungo periodo.

La comunicazione virtuale si è trasformata in uno strumento di esercizio del potere, cui accedono sia la classe dirigente sia il cittadino “comune”, che si sente legittimato a esprimere la propria “libera opinione” oltrepassando a volte tutti i sistemi di protezione civile e sociale: il rispetto della persona, il contraddittorio, il confronto a viso aperto, lo scambio.
L’accesso incondizionato alle informazioni – spesso consultabili gratuitamente con esiguo dispendio di tempo ed energie – e il bombardamento mediatico, affidato a slogan e spesso meditato nella scrittura dei testi, adattati a una consultazione on-line, hanno creato una nuova generazione di fruitori, potenzialmente più ricchi rispetto ai predecessori, ma non dotati degli stessi strumenti cognitivi di interpretazione della storia e del pensiero.
L’afflusso esorbitante di dati e immagini tende a creare – con il passare del tempo – una sorta di impoverimento delle funzioni della mente che non riesce a trattenere più nulla, come se fosse una spugna già pregna d’acqua e sottoposta a continue pressioni e afflussi di liquidi, che in tal modo si disperdono senza lasciare traccia.
Il tempo e la memoria sono fattori determinanti e concatenati: provate a pensare alla differenza che intercorre tra chi prepara un esame in trenta giorni, ingurgitando velocemente a livello mnemonico notizie e dati, e chi lo prepara in due mesi, affidando ai processi cognitivi una modalità diversa di apprendimento, che richiede anche una meditazione sui contenuti.
Cosa si costruirà nella memoria del primo e del secondo studioso? Quanto sarà sedimentato e trattenuto?
L’allenamento della mente alla fatica, alla sintesi, alla riflessione, alla costruzione del pensiero critico è fondamentale per la creazione di una cittadinanza virtuosa, consapevole del proprio passato, delle proprie radici e della propria identità. Ciò richiede tempo, pazienza, solitudine e silenzio. Diversamente, potrebbe formarsi una comunità di cittadini passivi, viziati, pigri, lamentosi e desiderosi di delegare l’esercizio della democrazia diretta e indiretta alla classe dirigente del momento, quella che risulta nuova, brillante, aggressiva e vincente.
Che cosa sta accadendo ai beni culturali in questo processo di trasformazione, accelerato dalla riforma Franceschini? E’ forse utile ripensare ai recenti terremoti a danno del patrimonio storico artistico che nei secoli si è radicato nei contesti paesaggistici di Abruzzo, Emilia-Romagna, Umbria, Marche e Lazio. Le problematiche e i danni non sono stati provocati esclusivamente da fattori imprevedibili e calamità naturali, ma anche dall’incuria e dalla mancata manutenzione di aree, siti e monumenti, che hanno reso fragili e indifesi i beni dei nostri territori. Quando si verificano concentrazioni di acqua e fango di eccezionale portata, con conseguenze fatali, sarebbe opportuno interrogarsi sui motivi che stanno alla base del dissesto idrogeologico, destinato a ripetersi se non si interviene con attività ordinarie atte a mettere in sicurezza i luoghi colpiti. La conservazione dei beni culturali ha costi altissimi, destinati a scendere se vengono messe in programma attività periodiche di prevenzione.
Lo stato un tempo attribuiva alle soprintendenze territoriali le risorse economiche necessarie per avviare i cantieri di restauro a conduzione diretta, affidando ai propri istituti periferici un ruolo virtuoso di costante monitoraggio e segnalazione delle emergenze e delle situazioni a rischio. Ora questo non accade quasi più, in quanto le soprintendenze hanno una ridottissima capacità di spesa, e non detengono le risorse umane di venti anni fa, atte a garantire l’ottimale conoscenza dello stato di salute dei beni culturali, a partire da campagne conoscitive e da aggiornate banche dati, mediante il lavoro dell’ufficio catalogo e con campagne di documentazione fotografica.
Il Ministero ha paradossalmente preferito investire gran parte delle risorse nel settore museale pubblico, incentivando una nuova modalità di gestione basata sul massiccio incremento degli eventi culturali per accrescere il numero di visitatori e veicolare introiti economici. Per conseguire questo obiettivo, ha adottato il modello prevalente nel mercato, basato sui format delle grandi mostre a largo consumo, sponsorizzate con massicce campagne promozionali. Spostare l’attenzione sulle mostre e sugli eventi, che possono veicolare le masse da un luogo all’altro, equivale a una precisa scelta di incentivo dei consumi, a danno della tutela del territorio.
A cinque anni dal sisma dell’Emilia-Romagna, a Ferrara molte chiese sono ancora chiuse al pubblico, non solo a causa delle gravi lesioni provocate dal terremoto, quanto piuttosto perché alcune di esse risultavano già indebolite da pregresse problematiche strutturali non sanate.
Risulta pertanto prioritario e urgente cambiare la politica culturale e praticare una corretta e costante manutenzione ordinaria dei beni culturali, soprattutto in tempi di crisi economica.
Per mettere in sicurezza il territorio sarebbe necessaria una visione progettuale di lungo periodo e un coordinamento tra vari enti pubblici, affinché possano realizzarsi programmi di intervento comune, limitando – per un periodo – gli investimenti sulle mostre a quelle di valore educativo e sociale, specialmente se è coinvolto il contesto territoriale di appartenenza.
L’opera di impoverimento delle soprintendenze, avviata dal governo Renzi con la cassa di risonanza di buona parte della stampa, che spesso non si discosta da elogi trionfalistici e da articoli di scarno approfondimento, ha comportato danni irreversibili che neppure il precedente governo di destra era riuscito a produrre, nell’indifferenza inconsapevole di larga parte dell’opinione pubblica italiana, che di fatto è all’oscuro del reale e drammatico stato di salute delle istituzioni e del patrimonio pubblico italiano.
Bisogna pertanto ricondurre al più presto la politica culturale alla tutela del territorio, con la sospensione immediata di sterili iniziative promozionali e consumistiche, che mercificano e banalizzano i beni culturali arricchendo per lo più società private, spesso a scapito del servizio pubblico.
L’altro tema su cui lavorare riguarda l’educazione al patrimonio e la formazione culturale delle nuove generazioni, per le quali hanno perso significato tanti episodi di storia contemporanea, come documentano recenti episodi gravissimi, che dovrebbero indurci a riflettere sui meccanismi di funzionamento della mente umana, che nel tempo ha progressivamente perduto quel patrimonio di valori che ha contraddistinto tanta parte della storia della nazione.
In assenza di identità e appartenenze forti, si produce il rischio della manipolazione delle coscienze, della superficialità e del qualunquismo, che attecchiscono con facilità in tempo di crisi e possono trasformare i cittadini in facili prede di imbonitori, opportunisti e distruttori della coscienza civica.

 

L’autrice è dipendente Mibact, Funzione Pubblica CGIL Beni Culturali Veneto