Il governo ha appena approvato su proposta del ministro Franceschini il primo dicembre scorso il DPCM che ha istituito su espressa autorizzazione del d.l. n. 50/2017, art. 22, comma 7-quinquies (il cui numerale denuncia l’origine dal solito ‘emendamento’ surrettizio dell’ultimo minuto) nel Ministero dei beni culturali una “Unità per la sicurezza del patrimonio culturale” (ufficio dirigenziale di livello generale), per “assicurare la sicurezza e il coordinamento degli interventi conseguenti ad emergenze nazionali” secondo le “direttive del Segretario generale”, che va a sovrapporsi disorganicamente alle già esistenti soprintendenze di coordinamento post-sismico per il ‘cratere’ dell’Aquila e per il più recente sisma dell’Italia centrale.

Ora il ministro riprova ad aggiungere una nuova tessera al ‘domino’ della sua incessante ‘riforma’ del Ministero – in effetti persistente stravolgimento mediante la proliferazione di strutture burocratiche centrali e la soppressione di quelle periferiche di tutela -, introducendo con un nuovo DPCM, stavolta palesemente non autorizzato dalla legge,  un altro ufficio dirigenziale generale di vertice denominato “Unità per l’industria culturale e creativa”. Questa ha il compito di assicurare “il coordinamento e l’attuazione di tutte le iniziative in materia di  promozione e sostegno delle imprese culturali e creative sul territorio nazionale”, per esercitare il quale si ‘appoggia’ alle esistenti strutture del segretariato generale che può utilizzare funzionalmente come un parassita alieno. Non si comprende infatti perché, se le strutture burocratiche competenti per svolgere operativamente tale compito sono quelle del segretariato, il nuovo compito non è stato semplicemente attribuito al segretariato stesso; sembra che il ministro stia trasformando il Ministero in una specie di Idra di Lerna moltiplicando le teste di un medesimo corpo, con le immaginabili conseguenze di scoordinamento dei suoi movimenti. Il provvedimento giustifica poi in premessa la creazione di tale ufficio affermando che la struttura di supporto all’organismo indipendente di valutazione delle performances, istituito presso il Ministero dal decreto legislativo 150/2009 (che riordina come organo espressamente collegiale, come prima non era, in conformità al d. lgs. 150/09), sarebbe stata degradata a ufficio dirigenziale non generale dal decreto di modifica 74/2017, liberando così il posto utilizzato per la nuova Unità, affermazione del tutto falsa pretestuosa dato che la legge non parla nemmeno del livello dirigenziale del responsabile della struttura.

È ben vero che dal 1998 il Ministero su impulso dell’allora ministro Veltroni ha esteso la sua competenza alle ‘attività culturali’ (incontrando le critiche di molti che vi vedevano il ritorno tendenziale a un controllo governativo delle stesse di pessima memoria), ma queste si sono poi individuate nelle attività culturali relative ai beni culturali stessi, affidate alle rispettive strutture di settore tecnico-scientifiche (istituti centrali, soprintendenze, musei, archivi, biblioteche e relative direzioni generali in rapporto con gli istituti culturali esterni), mentre per lo spettacolo erano confluite le direzioni generali dalla Presidenza del Consiglio e per l’editoria è stato costituito più di recente il Centro per la promozione del libro.

Questo nuovo ufficio dirigenziale generale con competenza del tutto generica sull’“industria culturale e creativa” (a non parlare dell’assoluta vaghezza della nozione di ‘creatività’ di sessantottina memoria), che va anch’essa a sovrapporsi ambiguamente a quelle delle citate strutture esistenti richiama l’espressione coniata da Adorno e Horkheimer ne “La dialettica dell’illuminismo” del 1947 per stigmatizzare la mercificazione dei prodotti culturali operata dal capitalismo moderno. Sembra così che si voglia introdurre esplicitamente fra gli scopi del Ministero appunto quella mercificazione dei beni culturali che molti operatori del settore stavano rimproverando come scopo tacito, se non certo occulto, di tante iniziative e scelte che con la natura e la funzione educativa e civile dei beni culturali avevano ben poco a che fare del ministro Franceschini (e non solo; vedi il recente Contro le mostre di T. Montanari e V. Trione), il quale così è uscito, per così dire, allo scoperto.

Che nella società contemporanea una crescente e preponderante parte della cultura, anziché da individui, è prodotta da industrie  è un fatto, ma uno Stato civile e democratico dovrebbe contenerne gli effetti di condizionamento degli individui promuovendo in prima persona la loro crescita culturale e coscienza critica. Comunque il controllo e l’ eventuale promozione – posto e non concesso che debba essere lo Stato a farla – di questo fatto, che è  di natura e rilevanza precipuamente economica,  dovrebbe semmai spettare a un altro dicastero competente per le forme di organizzazione e produzione, appunto, “industriale”, piuttosto che a quello che si dovrebbe occupare del contenuto culturale e della promozione della capacità dei cittadini di comprenderlo e svilupparlo personalmente.

Ma forse tutte queste considerazioni, alle quali se ne potrebbero aggiungere altre nello stesso senso, non colgono il vero scopo di questo ennesimo stravolgimento delle strutture del Ministero; forse dietro il maldestro (o perverso) richiamo in positivo di quell’espressione – industria culturale – che per un non breve periodo è stata la bestia nera della sinistra non c’è un consapevole ‘revisionismo’ allineato con i recenti camaleontici cambiamenti di una rilevante parte della sinistra stessa, ma solo un maldestro, però ben più concreto, pretesto per creare una  nuova ‘alta’ poltrona, dirottando a tal fine risorse che sarebbero invece preziose per il funzionamento degli istituti periferici che ne sono sempre più a corto, non riuscendo più, per es., a svolgere missioni ispettive sul territorio.

Comunicato UILPA-BACT, 13 Dicembre, 2017