Nella regione ricca di scavi, con 9 Musei nazionali, alla Soprintendenza scarseggiano i tecnici. E l’agonia si estende alla Puglia e alla Sicilia
La Basilicata è una regione di media dimensione (oltre 20 mila chilometri quadrati) e delle meno abitate. Però è una delle più ricche di patrimonio archeologico, molto ancora da scavare, e conta già ben 9 Musei archeologici nazionali strettamente connessi, una volta, ad aree di

scavo veramente eccezionali. Su quanti archeologi può contare la Soprintendenza unica di Potenza? Uno. Da mesi e mesi. Anche ad architetti la tutela non sta granché bene: quattro, però due ora vanno in pensione. E gli storici dell’arte? Appena due, uno al servizio educativo e l’altro al catalogo. È vero, qualche altra unità arriverà dal concorso bandito oltre un anno fa dal ministero, ma l’avarizia di Stato continuerà ad essere tanta a fronte della sontuosa ricchezza dei Musei e del patrimonio, soprattutto archeologico.

La incredibile riforma Franceschini ha separato in modo permanente la tutela dalla valorizzazione, le Soprintendenze dai Musei e questi ultimi dalle aree di scavo grazie alle quali sono nati e sono cresciuti. Pensate che lo splendido Museo Nazionale della Siritide, impostato in modo innovativo nel 1969, a Policoro (Matera), ricostruendo nelle sale le tombe col loro contesto, è stato dopo non molti anni raddoppiato per la quantità di nuovi materiali rinvenuti scavando nei dintorni. Il grande archeologo di origine romena Dinu Adamesteanu, maestro di tanti studiosi sul campo della Magna Grecia, mi disse una sera: “Pensi che in quest’ultima stagione di scavi ho trovato più insediamenti e reperti osco-lucani di quanto mi era accaduto in molti anni”. E tutto è finito nel già magnifico Museo della Siritide di Policoro raddoppiandone la dimensione. Una volta era così. Ora questo fondamentale canale di comunicazione è stato occluso. I Musei si avvalevano, in modo dinamico, delle missioni di scavo con l’esposizione delle scoperte che “rinfrescavano” gli allestimenti, che attraevano nuovo pubblico.

La cosiddetta “riforma” Franceschini – quella che da due anni ormai ha tranciato di netto il fondamentale rapporto fra Museo e Territorio, fra valorizzazione e tutela – dev’essere stata pensata da una mente giuridica priva di cultura specifica. Altrimenti non sarebbe incorsa in scelte grossolanamente sbagliate come questa. “Ciò sta portando, di fatto, all’abolizione dell’archeologia nelle regioni della Magna Grecia”, sostiene deciso uno dei più apprezzati studiosi, il professor Francesco D’Andria, un cattedratico che in passato non ha esitato a criticare l’azione delle Soprintendenze (quando lo meritavano): “Ho proposto di discutere questo tema al convegno di Taranto del settembre prossimo: con una simile impostazione si sta impoverendo tutto il Mezzogiorno”. Una sorta di suicidio ordinato da Roma.

Intanto a Lecce sono appena andate in pensione due archeologhe che si occupavano delle province di Brindisi e di Taranto. Quest’ultima è stata privata fra polemiche che non si placano della prestigiosa Soprintendenza archeologica insediata qui dal 1907 e le è stato lasciato un modesto Ufficio archeologico dove i tecnici latitano. Si sussurra che le due ispettrici saranno rimpiazzate da nuovi funzionari specialisti del Medio Evo. Tutto fila: dalla cervellotica selezione pubblica ministeriale (internazionale, pardon) è uscita la decisione di mandare a dirigere il più grande Museo Nazionale della Magna Grecia non un archeologo classico bensì uno medievale. “Non si può non pensare ad una volontà distruttiva”, afferma senza mezzi termini il professor D’Andria. L’indifferenza per le competenze specialistiche fa sì che gli incarichi su progetti archeologici vengano affidati ad architetti. Che pretendono di intervenire su tutto senza averne le competenze. Risultato? Tutto si blocca. “Del resto”, osserva amaramente un giornalista che da anni scrive con competenza di archeologia, Arturo Guastella, “è diventato inutile scrivere alla Soprintendenza. Tanto nessuno risponde”.

Il sogno di Matteo Renzi di eliminare il detestato ingombro dei Soprintendenti si sta avverando. Proprio qui dove i siti dell’Unesco si sprecano. Dove sorgono sul mare anfiteatri come quello di Metaponto dove venne data la “prima” italiana del “Filottete” di Sofocle e dove la leggenda vuole che sia sbarcato, quale fondatore, Epeo il creatore del famoso (o famigerato) cavallo di Troia. Proprio qui, attorno a veri maestri, sono fioriti studi straordinari. Nell’era Franceschini invece grandeggia Foggia. “Purtroppo”, fanno notare a Taranto osservatori attenti come Guastella, “con l’indebolirsi delle Soprintendenze e della tutela, i palazzinari tornano a fare buche e a seppellire, quando li trovano, cioè quasi sempre, reperti di pregio, oppure se li prendono i trafficanti. Ci è rimasto il Museo, dove si organizzano concerti e happening. Magari, fra poco, una sagra delle chiacaredde…”. Le orecchiette con le cime di rape.

Basta varcare lo Stretto e approdare nella Magna Grecia siciliana, nella super-autonoma Regione Sicilia dove le Soprintendenze (qui regionali) agonizzano da tempo. A Selinunte, davanti al solenne Tempio dorico, il 29 luglio è stato montato un colossale palco per il concerto (i decibel fanno bene ai marmi millenari) del Dj olandese Martin Garrix. Incasso 400 mila euro, di cui al Parco archeologico 20 mila, il 5 %. In compenso è arrivato un nuovo commissario regionale. Ma non è un tecnico del ramo Beni culturali, bensì un commercialista. Ora però l’assessore regionale è Vittorio Sgarbi. Manca dalla prima foto ufficiale. “Doveva prendere un aereo…”.

FQ | 10 dicembre 2017