Il 4  e il  5 dicembre gli appuntamenti decisivi  della Conferenza dei Servizi.  Proponiamo una sintesi e una riflessione per chi non ha seguito, per chi non ha capito, per chi non si ricorda più.

Non bisogna confondere il “Nuovo Stadio della Roma” con  “l’operazione Nuovo Stadio della Roma”,  perché, se fosse solo,  uno Stadio parleremmo  del  mix di funzioni  tipico dei nuovi grandi impianti sportivi: campi di allenamento, uffici della società, un maxistore Nike, un “Roma Village” con negozi, boutique, ristoranti e  uno spazio per eventi . Ma il progetto prevede che nell’area verde, dove sorge il vecchio Ippodromo Tor di Valle in disuso, sia realizzato a anche un  “Business park”,  dove nel primo progetto, quello dell’ex Sindaco Marino e del suo assessore Caudo,   erano previsti  tre  grattacieli e vari  edifici destinati a direzionale, ricettivo,

 

commerciale (ma non residenziale, esplicitamente escluso  dalla legge e dalle delibere).

Le cubature dello Stadio e i suoi annessi sarebbero state giuste giuste quelle previste dal Piano Regolatore Generale (che tuttavia non prevedeva la demolizione dell’Ippodromo, tanto che l’aveva inserito nella Carta per la Qualità). Il Business Park invece richiede una variante urbanistica

E la Sindaca Raggi, che ha promesso “uno stadio fatto bene” “secondo le regole”, in realtà  ha semplicemente rinegoziato con il proponente privato l’accordo stipulato dal Sindaco precedente, tagliando cubature del Business Park – via le torri, aumentano le “palazzine” –   lasciandone molte in eccedenza rispetto al PRG, ma soprattutto tagliando anche infrastrutture pubbliche, che il plus valore di quelle cubature in più concesse al privato servivano a pagare.

Eppure tanto è bastato perché il dibattito pubblico sull’operazione Stadio si affievolisse progressivamente, diventando sempre di più un mero  strumento di propaganda in vista della imminente competizione elettorale – i tifosi della Roma sono evidentemente considerati target numeroso e riconoscente – con una gara tra le diverse forze politiche che governano Comune, Regione, Stato, a rimuovere ostacoli e a predisporre corsie preferenziali per potersi ascrivere il merito del buon fine dell’operazione.

Ma anche le ragioni di chi dissente si sono sempre più  svilite a un mero elenco di controindicazioni, come se invece, avendo il progetto  raccolto per ben due volte la dichiarazione di interesse pubblico dal massimo organo di governo della Capitale, non fosse necessario, al contrario, dimostrare che ogni aspetto dell’operazione sportivo-commerciale-immobiliare deve servire  prima di tutto ai romani e alla città.

Dimostrazione ancora più dovuta dopo che il cambio di vertice della città aveva dato un’altra occasione, a chi, come il M5S, si era opposto  fin dalla prima ora. E lo Stadio è anche una  metafora delle capacità di cambiamento di un moVimento che prometteva svolte clamorose e che si sta attestando sempre più sulla sopravvivenza dei ritocchi.

Non è un taglio di cubature ad aumentare (o a restituire) l’interesse pubblico dell’operazione Stadio. Non è una spruzzata “green” o qualche pista ciclabile in più a mimetizzare i centri commerciali , adesso, in proporzione,  ancora più predominanti, della nuova “centralità”.

In compenso le nuove scelte stanno rimuovendo  le poche flebili garanzie poste  dalla Giunta precedente.  Tagliato  il  ponte “di Traiano”  di collegamento con l’autostrada Roma Fiumicino,  è eliminato  anche un varco di uscita alternativo alla Via Ostiense.  Per le tante incognite sull’adeguamento della ferrovia Roma Lido  svaporano le assicurazioni per una mobilità equamente suddivisa tra trasporto pubblico e privato. E soprattutto si danno ben poche certezze  sul  precedente imperativo categorico di apertura dello Stadio solo dopo il completamento delle infrastrutture  indispensabili.

Un treno che  se continuerà  la sua corsa senza ripensamenti, supererà  criticità  e impedimenti  senza nessuna  consapevolezza da parte dei cittadini – capire tutti gli aspetti  in gioco  è assai complicato anche per gli specialisti – e, alla fine, senza responsabilità individuali facilmente identificabili.

Così, come oggi per tante incompiute  a spese pubbliche, o per quartieri ancora sprovvisti delle infrastrutture essenziali, i cittadini romani del 2030 o del 2040,  che probabilmente ancora si batteranno per  la trasformazione della Roma Lido in metropolitana o per risolvere i problemi del traffico insostenibile in un quadrante aggravato  dall’aggiunta di migliaia  di tifosi, clienti e lavoratori, non ricorderanno più tutta la storia, né chi governava la Capitale o la Regione nel 2017, quando tutto era stato deciso.

E la Capitale continuerà  ad affondare.

 

*Anna Maria Bianchi Missaglia e il gruppo di lavoro sullo  Stadio di Carteinregola