“Non è un’occupazione. È una liberazione”. La sala di Ca’ Farsetti, il municipio, esplode in un applauso. La gente di Venezia si è ritrovata qui per difendere l’Antico Teatro Anatomico. Un altro bene pubblico che è stato venduto.

Fuori dalla vetrata è un giorno qualunque: i turisti accalcati sul Canal Grande, l’odore d’acqua e pietra che senti anche oltre la finestra. E c’è il cielo, insieme chiaro e cupo, alto e vicino ai tetti. Venezia incontro di terra e mare, ma anche di cieli diversi: Nord e Sud, Occidente e Oriente.

Teatro anatomico & c. La gente di Venezia si è ritrovata. La lotta per il Teatro Anatomico

 

(ceduto alla famiglia Bastianello, quella dei supermercati Pam, ma il Comune potrebbe far valere la prelazione) forse andrà perduta e nascerà un ristorante. Oggi, però, qualcosa è cambiato. Non si contano più le manifestazioni contro la vendita di beni pubblici: una settimana fa il corteo a Santa Fosca, poi l’incontro a Ca’ Farsetti. Fino all’irruzione per la prima della Fenice. Ora o mai più, ogni giorno un pezzo della città va perso. L’Antico Teatro Anatomico, affacciato su Campo San Giacomo, è un simbolo: “Lo abbiamo liberato e lo gestiscono i cittadini”, racconta Mario Santi, in prima linea nella battaglia, “Ci sono spettacoli, mostre, corsi di yoga e una ludoteca”. La Regione ha staccato acqua e corrente, ma la sera, al buio, ci trovi anziani, bambini e ragazzi. “È questa la città”, racconta il giovane scrittore Giovanni Montanaro, “Si chiama la Vida che in veneziano vuol dire la vite, il pergolato dell’antica osteria sulla piazza”. È quell’arte tutta veneziana di vivere insieme per le calli e i campi: “Il segreto di Venezia è questo: i palazzi nobiliari e le case con i panni stesi stanno gli uni accanto agli altri”, racconta lo storico Mario Isnenghi. “Venezia, città dove non c’è centro e periferia”, per dirla con Cesare De Michelis, molto più di un editore con la sua Marsilio.

È questa la sfida: difendere se stessi. Dopo il Teatro Anatomico toccherà a Palazzo Papadopoli, sede dei vigili urbani. Una lista infinita di immobili in vendita, già venduti o in affitto: Palazzo Balbi, Palazzo Ca’ Nova, Palazzo Gussoni, Palazzo Dona’ Balbi, Palazzo Corner Contarini, l’Ospedale al mare del Lido. E la Ca’ di Dio che era un ricovero per anziani. Ma anche Palazzo Querini Dubois e il Fontego dei Tedeschi. Vendono tutti: Comune, Regione, Poste, Tribunali, la Chiesa che a Santa Fosca ha lasciato la canonica a un albergo. Per non dire di episodi che hanno fatto storcere il naso, come il cambio di destinazione d’uso degli appartamenti di una consigliera comunale (lista Brugnaro) Marta Locatelli. Da residenziale ad alberghiero.

“I veneziani espropriati della città”, è il timore di Giovanni Pelizzato, consigliere comunale (centrosinistra) e titolare della libreria di Calle della Toletta. Il nome viene dalla ‘tavoletta’ che univa le sponde del canale, in questa città dove, ti spiega Isnenghi, non ci sono vie, ma calli; piazze, ma campi, “e sono pochi i toponimi che ricordano politici italiani”. Già, i luoghi sono dedicati a personaggi senza nome: il remer, chi fabbrica remi; forner, il fornaio. La città di tutti. Venezia aperta al mondo: calle degli Albanesi, Rio dei Greci, poi turchi. E il Ghetto. Una città diversa, anche politicamente, dal Veneto di terraferma: “Venezia oggi è avvertita come un corpo estraneo dal resto della regione”, sostiene Stefano Fracasso, consigliere regionale Pd. Perfino estranea a Mestre e Marghera. Che una volta erano schiacciate dall’ingombrante compagna e adesso ne decidono le sorti politiche: su 261 mila abitanti del Comune, 54 mila vivono in Laguna. Un Veneto senza Venezia. A unirli, per dirla con Guido Piovene, è il sentimento che “per i veneti la loro terra è una verità che non ha nulla a che fare con il sentimento nazionale. È una verità in più”. A Venezia, però, il legame si è tradotto in un senso di libertà; mentre oltre la costa, quella che si vede da Sacca della Misericordia, sa di radici. Il campione di questo Veneto di terra – voltato a Nord, spalle a Venezia – è forse Luca Zaia. Che infatti del suo capoluogo parla poco, e non solo per lasciare spazio al collega-rivale Luigi Brugnaro (il sindaco).

Zaia amante dei referendum. Che rischiano di sfuggire di mano: in primavera potrebbe arrivare quello per separare Venezia da Mestre (i sondaggi sono testa a testa). “È il quarto. Ogni volta sembra che vinca il ‘sì’, ma finora ha prevalso il ‘no’”, racconta Gianfranco Bettin, pro sindaco ai tempi di Massimo Cacciari. Bettin nato di fronte al petrolchimico di Marghera e però impegnato a superare la divisione. Perché i problemi sono diversi, ma la soluzione è forse nell’unione delle forze: “Il turismo, con 10 milioni di presenze l’anno, ci ha salvato il culo”, sorride Bettin camminando per Calle Bergamaschi, ma poi ti invita ad ascoltare: “Il compositore Gigi Nono diceva che Venezia è una camera acustica dove senti la musica dei passi. Oggi, però, c’è il rumore del trolley dei turisti”. Allora? Laguna e terraferma possono sembrare mondi a parte. Mestre e Marghera con il taglio della ferrovia e con via Piave, 9 morti per droga in pochi mesi. “Abbiamo filmato il degrado, lo spaccio a cielo aperto in mezzo alla gente”, è l’approccio combattivo di Mauro Salin e del Comitato Cittadini di Venezia esasperati dalla delinquenza. Altri, Fabrizio Preo del Gruppo di Lavoro via Piave, puntano “sulla convivenza pacifica”. Così affittano vetrine di negozi chiusi ed ‘espongono’ la vita di Mestre: mostre, incontri, spettacoli. Poi c’è chi, come Renzo Piano e l’urbanista Raul Pantaleo, tenta un’opera di “rammendo delle periferie”: pochi soldi e lavoro tenace.

I mostri e chiese. Uguale sulle due sponde è il bisogno di cittadinanza che i veneziani temono di perdere. Una guerra piena di simboli. Come le grandi navi, quasi mezzi da sbarco che portano ogni anno 1,6 milioni di turisti e un inquinamento paragonabile al centro di Pechino. Poi ci sono i negozi: in alcuni tratti di Strada Nuova 7 su 10 vendono magliette di Messi e vetro ‘veneziano’ prodotto magari in Cina.

E c’è la casa. Non soltanto i palazzi che diventano alberghi. Eccolo, l’esproprio: “A Venezia ci sono 5 mila abitazioni di proprietà pubblica e più di 3 mila della Chiesa. Ma mille sono vuote”, racconta Marco Gasparinetti del Comitato 25 Aprile (San Marco). “Il mercato degli affitti è inesistente, per gli abitanti e gli studenti. I proprietari puntano sul bed &breakfast che rende di più, sia in Laguna che a Mestre”, spiegano Marco Malafante e Alessia Mingardi, agenti immobiliari.

Espropriati. Ma la salvezza forse sta nell’unire le forze: l’università con i suoi 30mila studenti, il polo chimico di Marghera dove è nata la prima raffineria biologica, poi la Biennale e la Fenice. Bisogna capovolgere la prospettiva, come suggeriva Le Corbusier: Venezia, la città più antica o forse la più moderna. È già arrivata dove gli altri dovranno andare: niente auto, la vita che si svolge in spazi comuni e vicini.

Quota 60 mila. E poi, ovviamente, la bellezza: “Lascia che sia la strada a decidere il tuo percorso e non il percorso a farti scegliere le strade. Asseconda il labirinto”, raccomanda lo scrittore Tiziano Scarpa. “No, non una città museo”, ammonisce Maria Meneghello, insegnante, “Perché noi veneziani abbiamo la Scuola di San Rocco e possiamo vedere quando vogliamo la Crocifissione di Tintoretto. Ma la vera ricchezza è passarci davanti e sapere che c’è”. Si rischia di tornare ai soliti discorsi triti e ritriti: “A Venezia che muore, e invece è viva”, raccomanda Mara Rumiz, assessore alla Cultura con Cacciari. De Michelis tormenta i suoi occhiali: “Abbiamo bisogno di sentirla malaticcia per poterla abbracciare”. Una città che soffre e rischia di finire, come noi. Per questo tutti amiamo Venezia. Oggi la battaglia si gioca per Palazzo Papadopoli e il teatro Anatomico. Ma soprattutto per la vita che ci passa vicino. “Sotto i 60 mila abitanti – ricorda Isnenghi – sopravvive l’urbs, ma non la civitas”. La città di pietra non basta. A ricordarlo è il display conta-veneziani nella farmacia di San Bartolomeo. Sono 53.979.

FQ, 30 Novembre 2017