La dispersione degli straordinari reperti della tomba di Grottaferrata

Un ologramma di 2000 anni fa racchiuso in un gioiello d’oro: il fantasma di un giovane aristocratico, morto in circostanze misteriose, sembra affacciarsi, evanescente, dalla trasparente oscurità di una lente di cristallo di rocca. E’ la magia di uno fra i più preziosi gioielli romani giunti fino a noi che costituisce un unicum di inestimabile valore. L’anello di Carvilio,

ritrovato al dito di sua madre, la nobile Aebutia Quarta, è stato rinvenuto durante una delle più sensazionali scoperte archeologiche degli ultimi 20 anni che, del tutto inspiegabilmente, ha avuto risonanza minima in Italia. All’estero, invece, la vicenda ha avuto grande risalto tanto che Discovery Channel le ha dedicato un intero documentario.

I reperti dell’”Ipogeo delle Ghirlande” (anello, mummie e sarcofagi) tutt’oggi non riescono a trovare una destinazione unitaria a causa della recente riforma dei Beni culturali.

1 Il ritrovamento
E’ l’anno 2000, nei pressi di Grottaferrata, alla periferia sud-est di Roma, sulla via Latina, durante i lavori per la rimozione di un traliccio nel terreno di un privato, gli scavi rivelano alcuni gradini che si perdono in profondità fino a un porta di pietra ancora sigillata. Come verificano gli archeologi della Soprintendenza, si tratta di una tomba romana del I sec. d.C., incredibilmente, ancora intatta. Dopo due giorni di lavori, la porta viene aperta e, in un sacello sotterraneo di 9 mq, vengono ritrovati due sarcofagi marmorei. Sul primo si legge l’iscrizione “Carvilio Gemello”, sul secondo quella di “Aebutia Quarta”. Il coperchio di quest’ultimo è crepato: come dimostrano alcuni antichi tentativi di riparazione, si ruppe già all’epoca dei funerali. Quando i sarcofagi vengono scoperchiati, con grande sorpresa degli archeologi, i corpi si trovano ancora lì: l’imbalsamazione cui furono sottoposti e, forse le particolari condizioni microclimatiche della tomba, hanno consentito uno straordinario mantenimento delle salme, soprattutto di quella di Carvilio che all’estero è diventata famosa come “The Mummy of Rome”.

2 Le mummie romane
In effetti sono pochissimi i corpi di antichi romani ritrovati in buono stato di conservazione al di fuori dall’Egitto. Nel 1756 a Martres, in Francia, fu scoperto un bambino mummificato; negli anni ’70 a Mangalia in Romania, fu la volta di una donna e, nel 1964, del corpo di una bambina di 8 anni, a Roma. Ad essere precisi, l’imbalsamazione differisce dalla mummificazione perché il corpo viene solamente spalmato con balsami conservanti (a base di mirra e colofonia, in questo caso) ma non viene privato degli organi interni. Il sarcofago di Carvilio era dotato di ingegnosi accorgimenti che servivano per assorbire e far defluire i liquidi corporei: se il fondo del sarcofago era cosparso di sabbia, un foro d’uscita coperto da un tampone di tessuto, consentiva di areare il corpo senza che i microorganismi e le spore presenti nell’aria esterna vi potessero penetrare, contaminandolo. E’ un dato interessante sulle conoscenze dei romani della realtà microscopica.

3 Seta, fiori e capelli d’oro
Aebutia era una ricca matrona romana e aveva avuto due figli da mariti diversi. Carvilio era stato il frutto del primo matrimonio con Tito Carvilio, della famiglia Sergia. Dal secondo marito, la nobildonna ebbe poi la figlia Antestia Balbina che curò la sua sepoltura.

L’archeologa Giuseppina Ghini, che ha seguito il ritrovamento, spiega: «A causa della rottura del sarcofago, di Aebutia rimane solo lo scheletro, ma si sono conservati i fiori delle ghirlande che addobbavano la salma (lilium, rose e viole), la veste di seta e la preziosa parrucca rossa, realizzata con capelli umani, fibre vegetali e crini animali. La chioma posticcia è intessuta insieme a una reticella d’oro di straordinaria fattura nella quale sottilissime lamine d’oro, furono attorcigliate intorno a dei fili di seta. Basti pensare che lo spessore medio di un capello è di 11 micron, mentre quello di tali “capelli aurei” è di 7 micron». La presenza di tracce di latte di capra sulla parrucca e la mancanza della consueta moneta posta nella bocca del defunto (come nell’uso romano) fanno ritenere che Carvilio e sua madre fossero seguaci del culto egiziano di Iside, che all’epoca, dopo la conquista dell’Egitto da parte di Ottaviano Augusto, era molto diffuso, a Roma, accanto al paganesimo “tradizionale”. Dallo stesso sito, non a caso, proviene una statua in granodiorite (una sorta di basalto) del faraone Sethi I, padre di Ramesse II.
4 L’anello di Carvilio
Se parrucche di questo tipo furono ritrovate anche a Palmira, pezzo assolutamente unico e originale è l’anello a fascia che è stato trovato al dito di Aebutia. Sotto il castone in raro cristallo di rocca, lavorato “a cabochon”, è collocato un mini-busto di Carvilio, che morì prematuramente all’età di 18 anni e tre mesi. Si tratta di una microfusione a cera persa e rappresenta un giovane a torso nudo, con capelli ricci, labbra sottili e naso aquilino. L’effetto luminoso della lente di cristallo dona una misteriosa profondità all’immagine del defunto evocando la lontananza-vicinanza della sua anima agli affetti della madre. Eppure, il ritratto doveva essere stato alquanto idealizzato. Dalle ricostruzioni antropometriche eseguite sul cranio, Carvilio non possedeva esattamente i canoni di una bellezza classica: aveva un viso molto allungato, arcate dentali strette e occhi vicini, caratteristiche tali da far sospettare – secondo l’antropologo Mauro Rubini – una sindrome di origine genetica. Il suo femore è stato trovato fratturato in due punti e ancora poco chiare sono le circostanze della sua morte. Una setticemia in seguito a un trauma? Forse una caduta da cavallo? Secondo alcuni studiosi, la percentuale di arsenico riscontrata nei capelli potrebbe far sospettare un avvelenamento.

5 Storia di un lutto
Di certo fu un grande dolore quello di Aebutia per la perdita dell’unico figlio maschio: volle che il suo sarcofago fosse stupendo, rifinito con cura persino nelle eleganti iscrizioni. Alcuni hanno azzardato un paragone con la valuta attuale: una simile “bara” costerebbe, oggi, qualcosa come 20.000 euro. L’anello-reliquiario fu una commissione economicamente molto onerosa e forse anche per questo non veniva indossato abitualmente da Aebutia, tanto che non sono stati rilevati segni di usura sulla sua superficie.
La madre morì alcuni anni dopo all’età di 40-45 anni. Curiosamente ciò avvenne nella stessa stagione in cui il figlio Carvilio passò a miglior vita: all’inizio dell’estate, come rivelato dall’analisi dei pollini provenienti dalle ghirlande funebri. Il professor Mauro Rubini rivela un’assoluta novità: «Nel sarcofago di Aebutia sono state rinvenute anche alcune piccole ossa infantili, il che potrebbe far pensare al fatto che la matrona fosse incinta al momento del decesso. Un’ipotesi, tuttavia, ancora da verificare». Lo scheletro rivela altri dettagli: l’usura del calcagno può indicare che la donna fosse piuttosto corpulenta, oppure che indossasse abitualmente i coturni, degli zoccoli molto alti, dotati di zeppa, scomodi da portare e dannosi per il piede.
6 La dispersione dei reperti
Nonostante il Mibact abbia già speso fondi importanti per realizzare delle “teche intelligenti” per i due corpi (che monitorano umidità, temperatura, luce etc.) non è possibile esporre al pubblico, in modo organico e unitario, i reperti dell’Ipogeo delle Ghirlande. Caustico il commento del noto scrittore, esperto d’arte, Vittorio Emiliani, autore del recente volume “Lo sfascio del Belpaese” (ed Solfanelli): «La vicenda di questa tomba è, a dir poco, surreale. Purtroppo, è il prodotto della riforma/deforma del ministro Franceschini che ha voluto tranciare di netto il rapporto fra Musei e territorio, fra valorizzazione e tutela, anche quando si tratta di Musei di scavo che, si sa, vivono in simbiosi col loro territorio. Fino a un paio di anni fa, in nome della ragione scientifica (o del solo buon senso) l’intera tomba sarebbe stata ricostruita coi propri arredi in un solo museo della zona, mentre ora lo splendido anello di Carvilio è esposto a Palestrina, le mummie si trovano al Laboratorio di antropologia a Tivoli e i sarcofagi sono conservati nel Museo dell’abbazia di San Nilo, a Grottaferrata. Penso allo splendido Museo magnogreco di Policoro in Basilicata dove si ricostruirono, credo per la prima volta, le tombe con l’intero corredo funerario. Adesso, stando a questa riforma, bisognerebbe dividerle in tre parti … Demenziale. Il grande Dinu Adamesteanu, scopritore di tanti tesori della Magna Grecia, si rivolta di certo nella tomba».

La Stampa, 24.11.2017

http://www.lastampa.it/2017/11/24/cultura/lombra-doro-del-giovane-carvilio-la-mummia-di-roma-zooxikqeWi3dLK9c4bS9yM/pagina.html