“Sognavo la nostra casa, le betulle, il fiume, che nostalgia. Kostya non fare troppi cambiamenti, lasciala così com’è la nostra casa”. Sono le parole di Lev Tolstoj tratte da Anna Karenina: è Nikolaj che parla, il fratello morente di Kostya Lëvin, il proprietario terriero, non gli rimane molto tempo, ma è comunque capace di guardare avanti, di immaginarsi un futuro per la propria terra. “Lasciala così com’è la nostra casa”.
Di questo avremmo bisogno per la nostra Sardegna: un pensiero rivolto al futuro, per restituirla migliore di come l’abbiamo trovata alle nuove generazioni. E invece viviamo tempi d’incertezza

sulle sorti della nostra terra, sulle capacità di rimediare ai danni di secoli. E agli errori di ieri: l’ industrializzazione che ha dato lavoro per un tempo brevissimo e a costi troppo alti, con l’ingombrante eredità in alcuni dei luoghi più belli dell’isola, come sappiamo. L’urlo di Munch, presentimento universale avverato tragicamente pure qui, come nel girone dei fanghi rossi a PortoVesme o in quello dei pantani lividi di cianuro a Furtei, o dove si svolgono gli allenamenti di guerra.
Il bivio. Ripetere gli errori del passato, il carbone, le industrie pesanti, la perpetuazione del ciclo edilizio. Oppure fare decisi passi avanti, d’accordo con chi chiede di conservare la natura così com’è, abbandonando i modelli insostenibili, invecchiati precocemente e definitivamente superati. Via, quindi, al programma di restituire dignità alla Sardegna.
Anche se pochi ci credono di vedere l’inizio dei lavori di risanamento delle aree postindustriali. Ancora meno quelli che s’immaginano di festeggiarne la conclusione da qualche parte. Di congratularsi almeno per un luogo rimesso a posto a sicut erat, come nei racconti a lieto fine. Ma chissà. Abbiamo l’ esperienza delle manomissioni subite, le lesioni provocate da disboscamenti e incendi: lì a certificare che un paesaggio perduto è per sempre.
Dicono che c’è rimedio a tutto. E mentre non si riesce a contenere il fronte dei rifiuti ai bordi delle strade, c’è chi annuncia un magico futuro ipertech, e pure l’ottimismo non ha limiti, come quello di Altan: “un giorno la Terra servirà a concimare un pianeta lontano”.
Con più realismo sarà meglio dare un’occhiata all’ avanzata del blob tutto compreso, allo sciame incontenibile di urbanizzazioni in danno di habitat splendidi; che per avere un’idea di com’era l’isola 60 anni fa ci tocca sfogliare album di immagini in bianconero. O dare un’occhiata alle scogliere a picco sul mare, integre solo per la sconvenienza di realizzarci qualsiasi progetto.
Ci abbiamo sperato nello stop alle politiche urbanistiche più svantaggiose per l’isola. Nell’impegno a valorizzarne la biodiversità e pure la bassa densità abitativa, lo svantaggio tramutare in valore. Anziché compiacersi per lo squilibrio permanente – le marine abitate tre mesi all’anno, il deserto a qualche chilometro verso l’interno Avevamo previsto le città imbruttite e i paesi vuoti e quel tempo è adesso.
E tuttavia non dobbiamo perdere la voglia di chiedere conto a chi annuncia la palingenesi: il gusto pieno della vita nel Sulcis o a Porto Torres; e laddove scatta l’allarme, basta che piova un po’ più forte.
Preoccupa il clima di rassegnazione, perché al degrado ambientale e alle brutture ci si fa l’ abitudine. Un po’ alla volta non si fa più caso a nulla e pure i fanghi rossi diventano familiari (o spettacolari?) se li rivedi continuamente in Tv. Non ci pensi alla sfiga che tocca a un ambiente devastato, dove il numero di disoccupati e ammalati è da paura: tre tutele costituzionali – diritto al paesaggio, al lavoro, alla salute – azzerate tutte insieme. Anche perchè “Bell’Italia” ci conforta con le inquadrature che piacciono ai turisti, la magia dei fenicotteri che colorano il cielo e le acque del Molentargius dove, si dice, “il peggio è sottoterra”. La leadership – da decenni – a quelli del “sì a tutto”. Facile da conquistare in un clima di avvilimento collettivo: perché l’assenza di orizzonti, ha convertito la sconforto in adesione a qualsiasi disegno. Pure contro gli interessi dell’isola e per le prossime generazioni che ci malediranno per gli sprechi di risorse preziose. Se ci saranno domani ragazzi per maledirci, dato lo svantaggio demografico (neppure 10mila nati nel 2017). Oggi la solidarietà ecologica e generazionale ci obbliga a pensare al futuro con la determinazione di Nikolaj, a rinunciare a disegni insostenibili per conquistare qualche spicciolo di Pil. Altre irragionevoli trasformazioni e la Sardegna farebbe crac.

*regista **architetto

 

La Nuova Sardegna, 24 novembre 2017