“Padroni a casa nostra”, esultava il governatore Zaia dopo la vittoria al referendum autonomista. Ma tra la città svenduta ai turisti e i miraggi post-industriali di Marghera si vedono i disastri compiuti dai poteri locali di ogni colore
“Padroni a casa nostra”. Lo slogan pronunciato da Luca Zaia a Palazzo Balbi, la notte della vittoria nel referendum per l’autonomia, ha un che di paradossale. Quello stesso palazzo si affaccia infatti su un Canal Grande e su una città che perdono centinaia di abitanti all’anno, e hanno ceduto a danarosi forestieri anche i propri luoghi più simbolici: Ca’ Corner a Prada, Palazzo Grassi e Punta della Dogana a Pinault, il Fondaco dei Tedeschi al gruppo del lusso

francese di Lvmh, Ca’ Garzoni e Moro ai ricchi acquirenti stranieri che inseguono appartamenti da un milione di euro; e lo scorso giugno perfino lo stesso Palazzo Balbi, sede del proclama (e della Regione Veneto ormai in procinto di trasferirsi a Santa Lucia, in uno stabile profumatamente comprato a Benetton), è stato messo in vendita a 30 milioni di euro, insieme ad altri edifici storici.

Tra questi c’è il palazzo dell’antica trattoria Vida, in campo San Giacomo de l’Orio a Santa Croce, appena ceduto dalla Regione e dunque candidato a passare – se non vinceranno le proteste dei residenti – da potenziale luogo di aggregazione civica a ennesimo spazio commerciale o turistico; il tutto in una zona che ha già visto una banca trasformarsi in ristorante e una sede universitaria in hotel di lusso. Ben poco ci si può aspettare dalla politica liberista e privatista del sindaco Luigi Brugnaro che deve parte della sua popolarità, alla vigilia dell’elezione, alla gara per accaparrarsi a suon di dobloni l’isola lagunare di Poveglia, che migliaia di veneziani provarono a trasformare in un bene comune tramite crowdfunding. Certo Brugnaro, sceso in politica da poco, può dirsi non responsabile del sacco di Venezia, perpetrato in gran parte sotto giunte di sinistra, più o meno filosofiche (si pensi agli sventramenti del Lido, sotto l’egida della holding EstCapital guidata da un ex assessore di Massimo Cacciari; o alla proliferazione dei b&b mentre i libri di Marsilio decantavano la rinascita della città). Ma ben poco, al di là di proclami in nome di una “nuova Manhattan” o di una “Dubai europea” (!), è venuto dal sindaco anche sul caso principe del declino veneziano, Porto Marghera, luogo sacro e maledetto di un’industria ormai defunta.

È di luglio l’abbattimento delle torri ex-Vinyls del Petrolchimico: il panorama è ora monco. Sul centenario dello stabilimento di Marghera (1917-2017), verte una mostra nell’appartamento del Doge di Palazzo Ducale: mostra minata da un malposto intento estetico, ma che ha il merito di far risuonare nel cuore storico del potere veneziano le voci, le canzoni e le lotte dei lavoratori, a cominciare dal mitico operaio Gabriele Bortolozzo che nel 1983 per primo denunciò in procura i veleni al giudice Casson (lo stesso Casson sconfitto nel 2015 nella corsa a sindaco da Brugnaro). Tuttavia, in quelle stanze ovattate del Palazzo dei Dogi si tace sulle responsabilità dell’industria nazionale nell’avvelenamento di terreni e operai, si sorvola sul problema delle bonifiche, non si parla degli incidenti che decimano le maestranze delle ditte appaltatrici dei limitrofi cantieri navali.Non si vuole parlare di “ciò che è rimasto”, come dichiara la direttrice Gabriella Belli.

Così, al di là della retorica del sindaco (figlio di Marghera e di un poeta operaio di quella fabbrica), la mostra disegna come lembo di futuro la nuova bioraffineria dell’Eni (sponsor della mostra), appena visitata in premier Gentiloni e purtroppo alimentata in via quasi esclusiva con olio di palma (dopo il divieto del Parlamento europeo, Eni sta ora cercando di ampliare la gamma degli oli trattabili). Rimangono al rango di belle idee le promesse di impiantare una nuova industria aeronautica o di un terziario avanzato, sbandierate dal sindaco. Secondo il ministro Delrio, il futuro di Porto Marghera si legherà alla funzione di punto d’attracco delle grandi navi da crociera, per sgravare il bacino di San Marco. Ma in cambio di questa devoluzione al turismo d’assalto dei forestieri, si dovrà riconfigurare tutto il canale che dalla bocca di porto di Malamocco conduce a Fusina e a Marghera.

Di cosa saremmo dunque padroni, a casa nostra? La battaglia identitaria del Veneto, che si risolve per ora in operazioni propagandistiche (la bandiera di San Marco obbligatoria negli uffici pubblici; il dialetto veneto e la storia veneta privilegiati nell’insegnamento; la priorità ai Veneti “doc” negli asili e in certe graduatorie), sembra poco interessata al possesso comune, alla memoria e alla gestione dei luoghi fisici, al discorso pubblico sugli spazi della storia. E il Pd locale non sa proporre una visione alternativa, né sa inchiodare una Regione così avida di potere e di competenze alle proprie responsabilità, tutte legate alla gestione del “territorio”: dallo scandalo dello smaltimento dei rifiuti nel Veneziano (il dirigente del settore ambiente, secondo la Commissione parlamentare, avrebbe malversato nel ramo fino al 2014) al fiasco della Pedemontana Veneta, dal project-financing taroccato per l’Autostrada del Mare a quelli assai discussi per gli ospedali di vari capoluoghi; per non parlare del coinvolgimento della Regione nell’inchiesta sul Mose, con l’arresto dell’assessore alle Infrastrutture Renato Chisso e dell’ex governatore Giancarlo Galan.

Tutte malefatte avvenute, per carità, all’insaputa di Zaia, che fa politica nella sua terra da un quarto di secolo e ora, non pago, rivendica indisturbato il “modello veneto”, e più poteri per sé e per i suoi.

FQ, 20 novembre 2017