Gli Specializzandi della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’Università degli Studi di Firenze sentono l’esigenza di esprimere i propri pensieri in merito alla questione sollevata dal Ministero e qui discussa, ovvero l’intenzione di istituire la cosiddetta Scuola del Patrimonio, affidando queste parole al proprio direttore prof. Guido Tigler.

Desideriamo sottolineare il nostro disappunto in merito all’intenzione che il Ministero ha nel

voler imporre un ulteriore anno di studi. La nostra insoddisfazione per questo tipo di scelta non è legata, si badi bene, alla fatica e all’impegno che un ulteriore anno necessiterebbe, bensì a questo ormai noto “cambiare le carte in tavola” che le riforme di questi ultimi anni hanno portato. L’iscrizione alla Scuola di Specializzazione è per noi legata alla volontà di intraprendere la carriera ministeriale, ci siamo iscritti con la certezza che questo percorso di studi ci avrebbe formati pienamente come funzionari, permettendoci a pieno diritto di essere pronti a sostenere il necessario concorso di ammissione al MIBACT e autorizzati a essere inseriti nel mondo del lavoro.

Duole riconoscere che questa è stata solo una vana illusione.
Il tempo che passa ci impone di essere cittadini formati e pronti a partecipare alla vita pubblica, ma per il mondo del lavoro non siamo mai completi. Non abbiamo mai abbastanza titoli, non conosciamo mai abbastanza le lingue straniere, trascorriamo ore a studiare nelle biblioteche ma ad ogni traguardo che tagliamo ci viene detto: “Ancora non hai abbastanza!”, “Ancora non SEI abbastanza!” La nostra è una generazione raggirata che non può sperare di costruirsi una vita, di avere serenità e soddisfazione, che non vive in una “Repubblica fondata sul lavoro”. Siamo una generazione sfruttata e costretta a ringraziare per un lavoro precario, una generazione che espunge i titoli accademici dal proprio curriculum vitae perché “con tutti questi titoli poi pretendi un buon contratto!” Già stanchi e frustrati, gente che a trenta/trentacinque anni deve ancora chiedere ai genitori i soldi per un caffè.
Non ci illudiamo: il Ministero ci sottoporrà ad un’ulteriore prova, non ci sta chiedendo cosa ne pensiamo, la decisione è evidentemente già presa e alla fine ognuno di noi farà di necessità virtù e si adatterà.
Preso atto che chi non frequenterà la Scuola del Patrimonio vedrà sfumare la possibilità di intraprendere la carriera ministeriale, ci domandiamo a cosa siano serviti i sette anni di studio precedenti (laurea triennale, magistrale, scuola di specializzazione) e a questo punto quali sbocchi professionali può avere un umile storico dell’arte con appena tre livelli di istruzione superiore!
Tra le altre cose rileviamo il fatto che anche se sul piano formale la Scuola di Specializzazione nasce con l’intento di formare i funzionari, in realtà anche nell’ultimo concorso MIBACT al dottorato di ricerca è stato attribuito un punteggio maggiore. Dobbiamo dedurre che i funzionari ministeriali con solo la Scuola di Specializzazione siano meno preparati dei loro colleghi Dottori di ricerca?
E’ innegabile che i Dottori di ricerca si ritrovino entrambe le strade aperte (Ministero e Università) ma così non è per gli Specializzati.
Pertanto chiediamo che il diploma di specializzazione costituisca l’unica prerogativa per l’accesso al Ministero, e che il dottorato rappresenti l’incipit per intraprendere la carriera universitaria. Oppure che i due titoli abbiano uguali dignità e riconoscimento sia per la carriera ministeriale che per quella accademica.
Alla fine di questa ennesima e “risolutiva” riforma possiamo sperare di vedere il nostro Patrimonio finalmente gestito da specializzati del settore, o si dovrà ancora fare affidamento ai “volontari”, “stagisti”, “pensionati” di non ben precisate Istituzioni per le aperture straordinarie dei musei “nelle notti di luna piena”?

Con osservanza
Gli specializzandi della Scuola di Specializzazione in Beni Storico-Artistici dell’Università di Firenze.