“Passioni, progetti e folgorazioni nella città dell’arte senza errori”

Novant’anni oggi, la maggior parte dei quali vissuti a Firenze, per lo storico tedesco Heikamp. Dagli Amici degli Uffizi alle idee per il Salone dei Cinquecento. Oggi il Fiorino d’oro.

Novant’anni oggi. La maggior parte dei quali trascorsi a Firenze, dove Detlef Heikamp, collezionista e storico dell’arte tedesco, professore emerito alla Technische di Berlino, è arrivato per la prima volta da studente, continuando poi a tornarvi per tutta la vita. Qui ha coltivato i suoi grandi interessi – le arti applicate, gli arazzi, il collezionismo mediceo, la musicologia e molto altro -, e qui ha lasciato tracce importanti del suo passaggio: fondando, all’indomani della strage dei Georgofili, gli Amici degli Uffizi, o ripristinando, nel 1980, l’arredo

scultoreo originale del Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio. Dove, alle 14,30, riceverà dal sindaco Dario Nardella il Fiorino d’oro, alla presenza di Eike Schmidt e di Antonio Paolucci. Sempre oggi, alle 9, inaugura agli Uffizi il convegno “Epigrafia, tra erudizione antiquaria e scienza storica”, a lui dedicato. Un doppio appuntamento che Heikamp attende, circondato dai suoi libri, nel suo studio all’ultimo piano del Kunsthistorisches , nella casa appartenuta a Federico Zuccari: “Sarà difficile – confessa – dominare l’emozione”.
La sua storia d’amore con l’Italia è cominciata quando era giovanissimo.
“Avevo ventidue anni. Presi il treno di notte da Monaco e arrivai al mattino a Verona. Feci un giro in piazza delle Erbe, e capii in quel momento che l’Italia sarebbe stato il mio Paese. Firenze la scoprii più tardi, e fu una rivelazione ancora più grande”.
Da allora, ha continuato a tornare.
“Ogni volta che ho potuto. Cresciuto sotto il nazismo, in un mondo chiuso su se stesso, vissi l’epoca dei jet come una rivoluzione. Sognavo l’India, la Cina, ma alla fine tornavo sempre in Italia. I Natali, però, li trascorrevo in Messico (terra di origine della madre, ndr). Nacque così il mio primo libercolo sulla passione medicea per l’arte precolombiana”.

Qui iniziò anche a collezionare epigrafi.
“Avevo il privilegio di vivere in un piccolo, bellissimo pied-à-terre in San Lorenzo, affacciato sulla biblioteca laurenziana, e desideravo un oggetto all’altezza dell’ambiente: le epigrafi costavano poco i collezionisti, a torto le snobbavano, e così cominciai la mia collezione. Ma non avevo tenuto in conto il loro peso. Più dopo i primi mesi di accumulo, iniziai a temere che il pavimento crollasse, e capii che avrei dovuto cederle a uno spazio pubblico. E così all’indomani dell’attentato le donai agli Uffizi. Per poi ricominciare a comprarne”.

A lei si deve anche l’attuale sede del Kunsthistorisches.
“Studiavo e amavo molto Federico Zuccari, in quanto artista e letterato.Qui c’era la sua casa, che aveva acquistato perché vi aveva vissuto Andrea del Sarto, il pittore senza errori. Nessuno storico dell’arte vi era mai entrato: decisi di visitarla e rimasi folgorato dai suoi affreschi. Quando fu possibile, convinsi l’istituto ad acquistarla, grazie ai soldi della Deutsche Bank”.

E’ anche famoso per aver rivoluzionate il Salone dei Cinquecento.
“Sotto Firenze Capitale parte delle sculture che ospitava furono spostate nei musei,che poi non volevano più privarsene. Io proposi di ripristinarle secondo l’assetto vasariano, riportando il Genio della Vittoria di Michelangelo sulla parte lunga, col Giambologna di fronte. All’epoca vi furono moltissime polemiche”.

Il suo sogno per Firenze ?
“Ripristinare l’unità del patrimonio mediceo, oggi diviso tra Stato, Università, Comune. Vorrei che i musei diventassero vasi comunicanti e fossero riordinati secondo lo spirito dei Medici. In questi anni sono stati fatti dei passi avanti: gli Uffizi hanno riacquistato il loro status di galleria di statue antiche, e nono solo di quadri, grazie anche all’impegno di una figura straordinaria come la scomparsa Antonella Romualdo. Altro risultato è aver unito Uffizi e Palazzo Pitti, anche se dovrebbero esserci due direttori: uno solo rischia di morire di lavoro”.

Il suo museo fiorentino preferito?
“Gli Uffizi. Ma nutro un affetto speciale anche per il museo Bardini: Stefano Bardini era un uomo che capiva le pietre e i marmi”.

Cosa pensa di ciò che Firenze è diventata?
“Non mi piace fare lo storico dell’arte da scrivania, e Firenze è un posto dove l’acqua bolle, le cose succedono in continuazione. Bisognerebbe per. educare i turisti, insegnare loro il valore delle sculture del Bargello, invece per feticismo tutti vanno negli stessi due posti. E io penso con nostalgia alle guide del Turing degli anni ’80 che invitavano a vedere il David solo dopo tre settimane in città. Oggi si cercano le mostre blockbuster, con capolavori come la Venere di Tiziano, che non dovrebbero muoversi: ma la colpa è dei politici”.

Cos’altro rimprovera alla politica?
“Uno sviluppo non giusto. Perché Palazzo Salviati, dove nacque Cosimo I, deve ospitare appartamenti di lusso? E Palazzo della Gherardesca un albergo? A Berlino, quando volevano demolire la Chiesa della Memoria, i cittadini si sono ribellati. Ma qui la popolazione è esclusa dal patrimonio artistico: ai residenti dovrebbe essere garantito l’accesso gratuito ai musei almeno la domenica”.

 

Repubblica Firenze, 10 Novembre 2017