La storica sede in via Merulana a Roma chiuderà i battenti il 31 ottobre. Migliaia di preziosissimi oggetti d’arte asiatica saranno imballati nelle casse. Per finire dove?
Se il Museo d’Arte orientale di Palazzo Brancaccio, anziché a Roma, fosse in un angolo della campagna britannica, sarebbe meta di milioni di visitatori, soggetto di un paio di bestseller e location di almeno una serie televisiva di successo internazionale. Come Downton Abbey, la fiction che ha salvato una delle più importanti dimore storiche d’Inghilterra scegliendo come protagonista una million dollar American princess: una di quelle figlie di tycoons che, dalla fine dell’800 agli anni 50, colonizzarono le grandi famiglie aristocratiche europee, rinvigorendo lombi e fasti di dinastie secolari. Anche Palazzo Brancaccio ha avuto la sua dollar princess, eppure pochi sanno che esiste, a due passi dalla Stazione Termini e da Colosseo, quel sussiegoso immobile che custodisce – fra cariatidi in stucco dorato e stravaganti decori rococò -una delle più importanti raccolte di arte orientale d’Europa.
Per scoprirlo c’è voluto un accorato appello su change.org di un gruppo di studiosi e di oltre 21mila sostenitori. Che però non ha fatto cambiare idea al Ministero dei Beni culturali: a meno di improbabili colpi di scena, il 31 ottobre il Museo chiuderà i battenti e comincerà l’imballaggio dei 40mila oggetti di inestimabile valore. Sparirà così per sempre quell’unicum rappresentato da almeno cinque storie eccezionali che si fondono in un’ormai inscindibile commistione: la vicenda dell’immenso palazzo neocinquecentesco di via Merulana e dei suoi committenti americani, genitori della Princess Elizabeth Field, sposa di Salvatore Brancaccio; quella di Fernanda Ciccarelli, figlia di un sindacalista anarchico di Ceccano, diventata a 59 anni ultima principessa Brancaccio per le nozze con l’erede ottantenne della casata e deceduta a 107 anni nel 2014, lasciando i propri beni ai poveri di Roma; quella della

prima speculazione edilizia della Capitale, a spese delle Clarisse di santa Maria della Purificazione subito dopo l’Unità; quella dell’eclettico artista, ritrattista e talvolta frustrato factotum dei cavillosi mecenati Field, Francesco Gai; e – last but not least – quella del Museo stesso, intitolato a uno dei protagonisti di calibro internazionale del Novecento italiano, l’orientalista Giuseppe Tucci, le cui collezioni del valore di oltre 5 milioni di euro sono state donate affinché rimanessero  “per sempre conservate ed esposte nel Museo” a lui dedicato.
Con il museo sparirà il fascino di quel che rimane del mitico palazzo reale afgano sottratto ai talebani e all’incendio del museo di Kabul, con i suoi decori architettonici , il vasellame, le lucerne, i calamai, i  bruciaincensi, per rivivere oggi fra i voluttuosi affreschi di Gai e della sua équipe di creatori di superbarocco in piena epoca liberty; o quella della più importante collezione al mondo di stoffe tibetane, inserti, insieme a impalpabili oggetti d’arte contemporanea a giapponese, fra gli stucchi fintocinesi commissionati anch’essi dalle estrose signore Field. Nessuno potrà più seguire, vetrina per vetrina, la lavorazione del turchese seimila anni fa in Afghanistan; scoprire come ci si proteggeva dal malocchio con le sputacchiere  alchemiche del Karnataka, o come ci si curava nel terzo millennio avanti Cristo  con incantesimi scritti in polvere di lapislazzuli su tavolette cuneiformi. Addio, per chissà quanto tempo, alla strepitosa raccolta di ceramiche islamiche, smaltate, iridescenti, invetriate, calligrafie, a lustro  metallico, a foglia d’oro, a champlevè, graffite, dipinte con volatili, gazzelle, giocatori di polo, leoni affrontati e principi accovacciati che paiono scesi dalle muqarna della Cappella Palatina di Palermo, uccelli mitologici a quadratini e a pois, volatili zigrinati, grifoni pavonati, bevitori, suonatori, cacciatori in turbante che nutrono una fenice in volo, o seducono una principessa, o che con scimitarra e codino usano invece del falco il ghepardo, accomodato alle loro spalle sul nero destriero bardato. E tutto ciò fra trionfi di angioloni aggrappati a corona e e penzolanti da balaustre e soffitti neorinascimentali rosa e blu, coperti nel 1994 dietro paratie e tendaggi e riesumati durante i lavori per la messa a norma del museo.
Fu un intervento esemplare, che solo pochi anni fa vide un’inedita collaborazione fra pubblico e privato, fra Ministero ed eredi Brancaccio, per riportar alla luce l’appartamento nuziale, con i suoi boudoir intagliati e gli specchi bombé con le armi della casata. Una casata antica e prestigiosa, un po’ napoletana e un po’ francese, improvvisamente proiettata a fine Ottocento nello sfarzo dell’aristocrazia magnatizia americana. Ma insieme al museo sparirà anche  la possibilità di sviluppare la narrazione di queste storie cosmopolite  e incrociate, e di farne un Beaubourg pluriculturale nel cuore di un rione Esquilino oggi inaspettatamente multietnico.
Un pasticciaccio brutto, direbbe Carlo Emilio Gadda, che nel vicino “Palazzo degli Ori” di via Merulana ambientò il suo famoso romanzo. Da un lato c’è il Ministero dei Beni culturali che per risparmiare decide di traslocare, e finisce per scegliere dei locali all’Eur, di proprietà dell’Inail e quindi sempre in affitto: un affitto addirittura più esoso, pare 750 mila euro l’anno contro i 400 mila cui si è ridotto quello del palazzo all’Esquilino. Ma i l locali in vetrocemento dell’ Inail, che ospitavano un ufficio postale e un’esposizione di mobili, necessitano, per la nuova destinazione, di lavori per 10 milioni. Alla fine dovranno infatti accogliere anche tutti i musei “dimenticati”, come l’Italo-africano di via Aldrovandi, chiuso da anni, l’Etnografico, quello dell’Alto Medioevo e quello delle Arti e Tradizioni popolari, in un unico pomposo Museo delle Civiltà. Un progetto ispirato, a detta del comunicato del ministero, proprio a quel MuCEM di Marsiglia che oggi è sotto indagine della Corte dei Conti francese per  “la sua missione confusa e ambigua” e il suo costo astronomico.
Dall’altro lato ci sono le esigenze delle decine di migliaia di pezzi di inestimabile valore, che dovrebbero essere con immensa cura collocati in casse climatizzate, appositamente acquistate per ulteriori milioni di euro, e custoditi in depositi blindati e assicurati. Per poi essere aperti e riordinati, alla fine dei lavori, nei nuovi locali, da funzionari che non li avranno mai visti prima, poiché  quasi tutti  quelli che chiuderanno le casse sono sull’orlo della pensione: e questa è una delle maggiori preoccupazioni di Donatella Mazzei, l’instancabile madre-madrina del museo, ex direttrice nominata garante spirituale e responsabile dell’allestimento dalla vedova Tucci. E infine ci sono le regole imposte dai prestatori, come la Banca d’Italia, o le altre decine di donatori i cui lasciti costituiscono  la maggior parte delle collezioni di quello che il Ministero chiama già “l’ex Museo Tucci”.
Insomma, per risolvere il pasticciaccio servirebbero quelle moderne magie decantate dal principe Brancaccio in una lettera da New York: “Qui si tocca un bottone e si accende il gas per tutte le camere; se ne tocca un altro e tutto si spegne…un altro bottone serve per chiamar un agente di polizia o i pompieri, e tutto in una velocità straordinaria”.
Il Venerdi di Repubblica, 27 ottobre 2017