Alberghi, case e pizzerie che infestano la storia di una città abbandonata

Roma è da anni una città scempiata, manomessa, involgarita. La palazzina anni ‘30 (e non ‘50) ora demolita per far posto ai 3.200 metri cubi di un edificio “moderno”, bruttarello anzichenò, non era un capolavoro, ma faceva parte di un contesto più che decoroso vicino al fantasioso, eclettico Quartiere Coppedè del primo ‘900. Però non vi rientrava, e quindi niente vincolo: le Ancelle Concezioniste del Divin Cuore l’hanno di buon cuore ceduto alla NS Costruzioni che potrà farci ciò che vuole. “Italia Nostra” ha denunciato la cosa per tempo. Invano. Vien da rimpiangere la legge Bottai del 1939 che vincolava qualunque edificio con almeno 50 anni di

vita. O consentiva, entro 200 metri di distanza da un monumento già vincolato (in questo caso il Quartiere Coppedè), una tutela stringente.

Lo stesso centro storico romano purtroppo è vincolato soltanto “a macchie di leopardo” e ciò appare, di questi tempi, decisamente pericoloso. Conoscete tutti la residua torre medioevale che si leva davanti all’ingresso di piazza Navona, Tor Sanguigna o dei Sanguigni (famiglia che spargeva sangue altrui con molta facilità). Ebbene, è una delle venti torri (scarse) sopravvissute alle tante demolizioni, è tenuta malissimo e pochi anni fa, alla base, vi è stata infilata, bucandola da parte a parte, una pizzeria. Quando è stato chiesto all’allora soprintendente architetto Federica Galloni – ora assurta a direttrice ad interim del Parco Archeologico del Colosseo  – se la torre trecentesca fosse vincolata, ha risposto: “Non so, devo controllare”. Ma non deve aver mosso paglia. La pizzeria è sempre lì.

La città antica più grande e più bella del mondo non è integralmente vincolata e invece dovrebbe esserlo per evitare altre gravi manomissioni. Come la recente trasformazione in albergo di lusso, in via Garibaldi a Trastevere, di una parte del convento della Madonna dei Sette dolori (meno male) “firmato” dal grande Francesco Borromini. Da quell’hotel “si gode una vista mozzafiato” e “il chiostro interno è mirabile”. Trasformazione criticata in modo esplicito da papa Francesco in un discorso pubblico ai volontari alla chiesa del Gesù.

E vogliamo parlare della figuraccia rimediata l’estate scorsa dal Mibact con l’opera rock “Divo Nerone” autorizzando un enorme palco di ferraglie ingombranti proprio sul Palatino (dove nacque l’Urbs) a un metro dalla chiesa e dal convento di altre suore più gelose della bellezza, subito levatesi a denunciare il misfatto? A 200 metri dal Colosseo suscitando lo stupore offeso di migliaia di turisti stranieri (se ne è occupata persino la tv pubblica finlandese)? Doveva essere una prima prova concreta di come dal patrimonio archeologico si possano cavare facilmente dei bei soldi e ogni illusione è miseramente crollata per il clamoroso insuccesso di pubblico e di critica. Uno scandalo più volte denunciato da “Repubblica”, per tempo e con forza. Questa Roma abbandonata a se stessa va difesa, ogni giorno, unendo forze e intelligenze.

 

Repubblica – Roma, 18 Ottobre 2017

 

Repubblica, pagine romane, 17 ottobre 2017