È sotto gli occhi di molti – per lo meno di chi ne è coinvolto – che le biblioteche umanistiche, in particolare le biblioteche storiche e di storia, ma anche di arte, non godano più dell’aura di intoccabilità di un tempo, garantita da istituzioni che credevano alla loro importanza ed alla loro funzione. E non si tratta soltanto di istituzioni vecchiotte un po’ messe da parte dagli sviluppi della struttura universitaria attuale, si tratta in alcuni casi di raccolte vive ed attive, o almeno con alto potenziale, come ad esempio la biblioteca del torinese CESMEO (Centro per gli Studi sul Medio ed Estremo Oriente), oppure, caso eclatante e ben noto, della biblioteca della Galleria d’Arte Moderna di Torino. Perché questo disinteresse? Perché una rimozione così netta dopo

che Torino si è dotata di un Museo di Arti Orientali, invidiato ed apprezzato in tutto il mondo (oggi anche dai torinesi, che faticavano a capirne la necessità), e di una GAM rinnovata e oggi finalmente ben indirizzata tra moderno e contemporaneo? Non esistono solo questi due casi: le piccole e meno piccole città della regione hanno biblioteche sempre più limitate negli acquisti, sempre più indirizzate, se non alla chiusura, a cambiamenti radicali del proprio ruolo, fino ad oggi prioritario, quello di trasmettere conoscenza (mi giungono, ad esempio, da Saluzzo notizie inquietanti di una riduzione radicale della Biblioteca Civica, già ricca e aggiornata, a modesta raccolta di paese).

Dov’è il problema, ovvero perché sacrificare proprio i libri, e con essi la lettura? Il tema, ragionando sempre su Torino e il Piemonte, tocca anche la Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte, oggi in forte sottoutilizzo rispetto ad alcuni anni fa, con le raccolte dei periodici chiuse agli abbonamenti e in discussione nel suo stesso destino, strettamente collegato a quello dei due palazzi (Lamarmora e Dal Pozzo della Cisterna) oggi in predicato di dismissione. Gli ingenti valori patrimoniali che ospita, con le sue raccolte, pezzi unici anche per originalità (si pensi – ma è solo un esempio – agli incunaboli fotografici di Luigi Sacchi, nati assieme all’invenzione della fotografia, ma delicatissimi nella loro natura), sono tutelati dalla legge e si spera, anche in questo caso, in una futura collocazione presso una grande istituzione universitaria che li assorba senza farne perdere l’identità. Ma la presa di distanza dal patrimonio bibliografico ha origini più lente e radicali, e tocca, nel campo umanistico, risvolti di varia natura. Uno è senz’altro il mutato indirizzo degli studi universitari dopo l’istituzione della laurea triennale, che ha trascinato con sé il significato delle tesi di laurea, riducendole a semplici relazioni. Un altro motivo è implicito nella rivoluzione informatica, e non perché i libri si possano comodamente leggere da casa o sotto il parasole, a queste fandonie, già accampate da autoritari ma non autorevoli personaggi, non crede chi lavora quotidianamente, per un motivo o per l’altro, sui libri: l’editoria on-line è ben lontana, ancora, dal permettere una autonomia dalle biblioteche. Ma è fuor di dubbio il fatto che è in corso una flessione della “cultura” dello studio, che porta ad una riduzione della disponibilità di tempo e dell’adeguata formazione sugli strumenti di lavoro e sul loro uso: la metodologia della ricerca storica, la filologia testuale, la bibliografia. A monte, ancora, c’è sempre la scuola, quella secondaria anzitutto, con le sue carenze, ma anche un mondo del lavoro inesistente, soprattutto per gli “umanisti”. L’impressione è tuttavia che ci siano anche altre ragioni, più specifiche: biblioteche come quella di Palazzo Cisterna, nata in origine come centro di documentazione per lo studio del Risorgimento italiano e degli antichi Stati Sardi, poi divenuta “di storia, arte e cultura del Piemonte”, vive la crisi di alcuni filoni di studio specifici, dalla storia risorgimentalista alla storia locale, alla letteratura dell’Ottocento, tutto un campo vastissimo ma di poco fascino oggi per il mondo accademico. Ne ho parlato con amici autorevoli, Adriano Viarengo, Giuseppe Zaccaria, Filippo Morgantini, Albina Malerba: l’opinione è ricorrente, questo è senz’altro l’aspetto più preoccupante, perché radicale (segnalo una sola voce non allineata: quella di Vitale Brovarone). Una crisi che si misura con il crollo della storia quale portato della realtà contemporanea, con la marginalizzazione del passato rispetto alla moderna produttività caotica tipica del Mainstream. Stretti fra un futuro che non osiamo neanche immaginare ed un passato che ufficialmente non serve più, è naturale che si condannino i luoghi dove questo passato permane ma non può essere esibito per far denaro – unico vero interesse del presente assoluto – ed è altrettanto naturale che non si perda più tempo-vita con l’acquisizione di nozioni inutilizzabili e private del pathos che un tempo possedevano. Qualcuno ha pensato di risolvere il problema con “aperture” a tutti dei magazzini e delle sale auliche delle grandi biblioteche storiche, cadendo nell’ingenuità di porre in rappresentazione ciò che dovrebbe essere in funzione: nulla di male, per carità (fino al primo furto eventuale) ma non passa di lì una autentica valorizzazione di strutture che, nonostante tutto, rimangono strumenti per la formazione.

12 Ottobre 2017