Diamo atto al ministro Franceschini di aver trovato le risorse per bandire, a nove anni dall’ultimo, un concorso per l’assunzione a tempo indeterminato di 500 funzionari da inquadrare nei nove profili professionali che pur caratterizzando in modo peculiare la natura tecnico-scientifica del MiBACT, risultano fra quelli cronicamente più carenti di personale: antropologo (5 posti), archeologo (90 posti), architetto (130 posti), archivista (95 posti), bibliotecario (25 posti), demoetnoantropologo (5 posti), promozione e comunicazione (30 posti), restauratore (80 posti) e storico dell’arte (40 posti).

Diamo ancora atto al ministro di aver firmato il provvedimento con cui, fra vincitori e idonei,

salgono a 71 i funzionari assunti in tre dei nove profili messi a bando (antropologo, bibliotecario e demoetnoantropologo) con l’obiettivo di raddoppiare le assunzioni dai 500 inizialmente previsti ai mille per i quali il ministro intende chiedere copertura finanziaria nella prossima legge di bilancio.

Purtroppo, come si sa, la strada per l’inferno è lastricata di buone intenzioni e la situazione effettiva dei vincitori del concorso bandito nel maggio 2016 risulta ad oggi ben diversa dalla narrazione ottimistica dei comunicati stampa. Prendiamo ad esempio gli archivisti, la cui commissione esaminatrice ha completato i lavori in tempo record consentendo alla commissione interministeriale Ripam di approvare la graduatoria finale di merito già il 12 giugno scorso.

Dopo aver scelto le sedi di assegnazione mediante la compilazione online di un modulo Google che avrà pure agevolato l’Amministrazione nell’elaborazione dei dati immessi ma non ha fornito ai compilatori quelle garanzie di equità e trasparenza che una fase così delicata della procedura concorsuale avrebbe richiesto, il procedimento di assunzione si è inspiegabilmente bloccato. Così, mentre gli antropologi e i bibliotecari sono entrati in servizio a luglio, percependo lo stipendio e maturando contributi e anzianità di servizio, gli archivisti sono ancora in panchina senza una motivazione ufficiale da parte dell’Amministrazione, né tempi di attesa certi.

Oltre a provocare una comprensibile perdita di entusiasmo e di motivazione, questo prolungato stato di incertezza professionale sta avendo, come ovvio, una pesante ricaduta personale sui soggetti direttamente coinvolti e sulle loro famiglie. Chi al momento è senza occupazione (e senza stipendio) non sa se smettere o continuare a cercarne una, i liberi professionisti sono indecisi se accettare nuovi lavori o affrettarsi a chiudere quelli in corso, i (pochi) lavoratori dipendenti non sono nella condizione di pianificare alcuna attività di medio-lungo periodo e anzi temono di non riuscire a presentare il preavviso di dimissioni nei termini di legge con il rischio di ritrovarsi senza stipendio nel passaggio dal vecchio al nuovo lavoro.

Comprendiamo le molte difficoltà di gestione di una procedura complessa come quella concorsuale, aggravata dalla immancabile pioggia di ricorsi e dalla urgenza di conciliare le esigenze dell’Amministrazione con quelle pure legittime dei vincitori e degli idonei. Se almeno ci fosse una comunicazione ufficiale che spieghi le ragioni del ritardo e fissi un termine ultimo di assunzione, queste generazioni già duramente segnate da anni (in alcuni casi decenni) di lavoro precario, potrebbero finalmente uscire dal limbo dell’incertezza e ripensare la propria esistenza nella prospettiva di contribuire attivamente, all’interno della cornice istituzionale in cui hanno saputo collocarsi, alla rigenerazione di un settore importantissimo del nostro Paese.

12 ottobre 2017

 

Foto tratta dal sito http://assarchiviudi.com/femminile-plurale-narrazioni-di-donne-attraverso-biblioteche-e-archivi/