Da Venezia alla Toscana, i luoghi d’arte e i piccoli borghi rischiano di trasformarsi in posti dove tutto ruota attorno al consumo turistico. Come si possono far convivere le esigenze di migliaia di visitatori con il rispetto delle città e dei loro abitanti?

Gli articoli su Venezia e la sua striminzita popolazione residente. Venezia e le “orde” di turisti che si abbattono come cavallette mortifere su una “città delicata”. Le grandi navi che permettono a migliaia di persone di solcare la laguna e guardare San Marco dall’alto… Da anni siamo sommersi da segnali d’allarme. Va sottolineato che Venezia, grazie alla sua bellezza e

unicità, è un simbolo schiacciante e supremo. Le voci di dolore di editorialisti e intellettuali che annunciano la catastrofe sono talvolta forti e giuste, l’angoscia sincera. E alla fine si alza di solito l’invocazione al governo italiano. Come se, di colpo, per azione dello spirito santo, il nostro governo fosse in grado di recuperare un potere che non ha, e non ha in fondo mai voluto, per trovare soluzioni a un’attività chiamata turismo e tentare di regolamentarla… Un’attività che sembra l’innocuo prolungamento dell’ozio, ma che sconquassa alle radici la nostra civiltà. Un’attività che sta profondamente cambiando da qualche decennio i paesaggi mondiali. Un’attività sociologicamente rivoluzionaria di cui per molti anni nessuno aveva previsto l’influenza profonda sulla vita occidentale.
Pare che quest’anno saranno un miliardo e duecento milioni gli esseri umani a lasciare per pochi giorni il loro habitat e andare a visitare un altro paese. Erano sessanta milioni alla fine nel 1968. Dopo le feste natalizie, trenta milioni di questi avranno messo piede a Venezia, che ha una popolazione di appena cinquantamila abitanti. Queste transumanze, che non possono che crescere di anno in anno, sono un fenomeno recente. Per secoli ci si spostava per due sole ragioni: la guerra e la conquista di territorio. Per altri secoli, il pellegrinaggio religioso costituiva l’unica esperienza di vita di un uomo al di fuori del luogo natale. Nell’Ottocento iniziarono, in Europa, i tour educativi dei rampolli di buona famiglia e quelli degli artisti. Solo dopo il boom economico degli anni Sessanta si sono sviluppati il turismo famigliare e tutti gli altri turismi – artistico, sportivo, sessuale, esotico, estremo – dall’Artide alla Terra del Fuoco, dal Messico all’Isola di Pasqua. Le prime parole che vengono in mente sono mondializzazione e democratizzazione.
Non appena intere popolazioni escono dalla miseria e dalle costrizioni contingenti, acquistano coscienza che il mondo, i suoi tesori e le sue bellezze, sono di tutti e dunque appartengono anche a loro. Tutto appartiene a tutti. Il turista è l’altro. Siamo dunque sempre il turista di qualcuno. E la povera signora veneziana, travolta e semicalpestata mentre usciva da un vaporetto, quella che, mentre la aiutavo, disse, tra disperazione e stupore “… ma questa è la MIA città… “, è probabilmente nonna di un giovane che si dà alla pazza gioia alle quattro di notte a Barcellona e impedisce ai residenti di dormire.
Bisogna “regolamentare i flussi”, “spalmare” il turismo su zone più ampie dicono i politici — e naturalmente creare commissioni per agire con efficacia. Come si regolamenta l’arrivo dei turisti a Venezia? Si diminuisce il numero dei treni? Niente più pullman? Arriveranno solo quelli che atterrano all’aeroporto? Numero chiuso per censo (chi paga il biglietto d’ingresso)? Il biglietto del vaporetto (già a un prezzo stravagante: 7 euro e cinquanta) aumenterà? Il Ponte di Rialto verrà transennato a ore fisse? E come si “spalmano” i turisti?
Qualcuno spiegherà ai gruppi organizzati che è meglio non visitare la Basilica e fare invece un giro in laguna di notte? Nessuno ha idea di quel che bisognerebbe fare ma il brusio dei saccenti si fa assordante. Non possiamo permetterci di sghignazzare troppo sulla caricatura del viaggio culturale praticato da masse piene di buona volontà, invasori pacifici e ammiratori virtuali. Sappiamo che un discorso elitista a nulla serve ed è intellettualmente ingiusto. Chi siamo per giudicare le emozioni che suscitano un primo, e forse unico, ingresso nella basilica di San Marco? Chi siamo proprio noi che stiamo diventando una nazione di affittacamere e cantinieri? Alle scempiaggini sentite dai turisti (cito un dotto capofamiglia francese sulla Riva degli Schiavoni: “ …da qui partivano le navi cariche di schiavi per l’America”), corrispondono le scempiaggini di alcuni telegiornali che fanno a gara di cifre trionfali, dalla frequentazione dei musei al numero di sagre della patata. E le trasformazioni indotte dal turismo, quelle collaterali come Airbnb, incideranno sull’immaginario collettivo molto più di quanto si possa pensare; per esempio contribuendo a imprimere nella mentalità occidentale che tutto, anche i luoghi più intimi e personali, può o deve diventare oggetto di profitto.
Uno dei motori del turismo, fra i più nobili, è l’immaginazione. Partire da un luogo noto per andare a vedere paesaggi e opere d’arte che la letteratura e la storia ci hanno descritto. Verificare se quello che immaginavamo corrisponde alla realtà, o le è inferiore, o superiore producendo quei brividi che solo la bellezza o la stranezza sanno provocare: ecco la parte bella a cui aspira il viaggiatore. Ma perché questa magia avvenga, bisogna che il luogo visitato abbia preservato non solo i resti di una bellezza riconosciuta dalle guide, ma per quanto possibile le caratteristiche che hanno formato la sua identità. Per questo suscita sgomento la reazione del sindaco Brugnaro e il suo entusiasmo all’idea dei futuri sbarchi di grandi navi, cinesi stavolta, a Marghera. Le Monde del 15 agosto riporta il suo giubilo: “Venezia sarà la Dubai dell’Occidente!”.
Il sociologo Rachid Amirou, che ha dedicato la sua vita di ricercatore alla nascita e all’esplosione dei turismi nel mondo, racconta un aneddoto stupefacente: in una cittadina della Costa Azzurra, l’amministrazione comunale dava ai pensionati un modesto contributo perché uscissero di casa, giocassero a bocce e bevessero il loro solito aperitivo sotto i platani… perché conducessero in pratica la loro vita normale, soprattutto nelle giornate estive e sotto gli occhi dei turisti. Perché insomma la loro identità, non ancora in pericolo, si rafforzasse e desse lustro al fascino del loro luogo natale. Attori di sé stessi, in un quadro che, insensibilmente ma sempre di più, diventa la scena di un teatro. Quante volte abbiamo avuto l’impressione di un allestimento organizzato per uso turistico in paesini di incomparabile leggiadria — in Toscana o a Malta o in Andalusia?
Ha ragione Galli della Loggia — e hanno ragione Jean Clair o Salvatore Settis, preoccupati da questi sintomi di identità per lo meno perturbata — a invocare un potere organizzativo superiore, che pensi il futuro e non permetta agli eletti locali azioni potenzialmente devastanti, non pensate e non analizzate. Ma non mi risulta che nessuno abbia risposto alle loro suppliche. E non mi stupisce. Siamo di fronte a un movimento inarrestabile e difficilmente organizzabile, che ha letture diverse, da quelle più moderate e fataliste a quelle più pessimiste. Questo movimento ci trascina verso una divisione del mondo in nazioni “invitanti” (dedite ai servizi di accoglienza per vacanzieri, all’artigianato più o meno fasullo, allo sfruttamento intenso delle bellezze artistiche e paesaggistiche) e nazioni forti che concentreranno sul loro territorio industrie e strumenti di potere. Questa la visione pessimista. Inutile insistere sulla tristezza orwelliana di cui è portatrice.
Repubblica, 1 ottobre 2017