Cosa accade nelle Marche del dopo terremoto? Nella regione in cui le istituzioni locali, sindaci e vescovi, hanno rivendicato e ottenuto di poter provvedere direttamente alla cura e gestione dei beni culturali di proprietà recuperati dagli edifici lesionati o rovinati? Dov’è stato evitato che la gran parte degli antichi manufatti fossero ricoverati in grandi depositi ministeriali climatizzati in cui operano costantemente restauratori, affinché – come dichiarato a suo tempo dal sindaco di Macerata – “le opere restino ‘abbracciate’ ai territori, e possano fare da volano ad una nuova economia dei beni culturali, ad un marketing territoriale che aiuti i nostri centri a risollevarsi”? Accade che sul Corriere Adriatico del 19 settembre scorso compare un ben documentato

servizio giornalistico dedicato ai depositi allestiti nella regione che titola “Opere d’arte salvate dalle macerie ora preda di incuria, tarli e umidità” e accade anche che, contestualmente, prenda corpo il progetto “Mostrare le Marche”, articolato in sei eventi espositivi da tenersi nel corso di un anno a partire da quest’autunno, nei comuni di Macerata, Loreto, Fermo, Ascoli, Fabriano, Matelica. Si tratta di comuni che ricadono nell’area più vasta del cratere, dove ci sono stati danni ma in misura comunque gestibile, dove la vita continua e dove -come fu per la Valnerina nel ’79 o per il Camerte nel ‘97-, il sisma sarà stato alla fine, soprattutto laddove avranno operato amministratori capaci, un’occasione per realizzare restauri importanti e nuovi progetti.
Nel grande cratere marchigiano che arriva quasi fino al mare accade che più ci si allontana dall’epicentro e meglio è: la redditività degli investimenti in termini di ricaduta di immagine e dunque elettorale è garantita, poiché si tratta di aree popolose dove la rovina procurata dal terremoto non è neanche lontanamente comparabile a quella che ha schiantato i territori montani al centro del cratere, dal cuore dei Sibillini fino a Camerino, dove si trovano i centri semidistrutti ed evacuati e dove tante comunità sono a rischio di estinzione.
Nel guardare alle Marche post-sismiche occorre tenere ben presente la logica che ha ispirato il progetto della Giunta regionale della pista ciclabile mare-monti Sarnano-Civitanova, da finanziarsi con i fondi raccolti dagli sms solidali e sventato dall’onda dell’indignazione popolare, poiché è una logica che informa un po’ tutto. La si riconosce anche nelle prime due ordinanze commissariali aventi come obiettivo quello di garantire la “continuità dell’esercizio di culto”, che hanno assegnato alla gestione diretta delle diocesi, per la messa in sicurezza e il restauro dei beniculturali-chiese (sic!), 43.511.000 Euro per l’intero cratere sismico, senza che di tale somma non un centesimo sia stato destinato al recupero dei monumenti delle disastrate aree interne e ciò in barba a qualsivoglia criterio di urgenza degli interventi e di interesse culturale dei siti.
Ora, a distanza di un anno dal sisma, è arrivata anche la prima ordinanza commissariale per i beni culturali, la n. 38 dell’8 settembre, che non riequilibra di certo la situazione pure se finalmente considera anche i centri più colpiti e i monumenti delle montagne. Ma solo alcuni perché la gran parte rimangono consegnati alla rovina mentre non s’intravede uno straccio di progetto per gli edifici civili, i borghi con le loro cinte murarie e le torri, le pievi e le cappelle, né si capisce chi -a questo punto- dovrebbe provvedervi. Le scelte degli interventi da finanziare sono state operate nell’ambito della “cabina di coordinamento” in cui siedono i governatori regionali e il MiBACT e sulla base di accordi intercorsi tra quest’ultimo e la CEI ma sui criteri-guida, riportati di seguito, sono chiare le impronte dell’autorità ecclesiastica: 1) “l’importanza sociale e di culto (…) sarà data priorità a cattedrali, concattedrali, santuari, chiese matrici, sedi istituzionali”; 2) la rilevanza culturale; sia in termini architettonici che di patrimonio culturale 3) “la presenza di interventi di messa in sicurezza, con priorità data agli edifici su cui è già stato effettuato un investimento pubblico con opere di messa in sicurezza provvisionali” (tra cui quelle finanziati dalle ordinanze “per i luoghi di culto”); 4) “si terrà conto se l’immobile sia di proprietà pubblica, di enti ecclesiastici, istituti di vita consacrata”. Ne è sortito un elenco discutibilissimo ma che alla luce dei due precedenti, redatti esclusivamente a opera delle diocesi, sembra quasi un miracolo.
Sono tanti i motivi di preoccupazione che il metodo esplicitato da tali provvedimenti suscita ma ciò che appare drammaticamente gravido di conseguenze è lo scompaginamento dei ruoli istituzionali a favore di una sorta di modello concertativo che -tra gli altri- ha il demerito di frantumare a monte qualsiasi possibilità di impostare e svolgere un’azione organica, coerente e riconoscibile di tutela e conservazione. Così, lo svuotamento fattuale delle istituzioni preposte al governo e alla tutela del patrimonio diffuso aggrava drammaticamente le prospettive di rinascita delle montagne che, piegate dalla rovina e fuori dall’orbita degli interessi di coloro che prendono le decisioni in sede regionale, vedono compromessa la straordinaria tessitura monumentale che ne definisce il paesaggio e che costituisce ragione e risorsa decisiva e imperdibile di ogni possibile progetto per il futuro.
Da un punto di vista ancora più alto, appare evidente che gli atti emanati dal Commissario governativo decretano una realtà che prescinde dal dettato costituzionale e dalle previsioni del Codice dei Beni Culturali e riscrivono, rovesciandolo, anche l’ordine dei valori fondanti del vivere civile di questo Paese. Siamo costituzionalmente un paese laico eppure i primi stanziamenti per i monumenti sono stati emanati con provvedimenti motivati da finalità di natura squisitamente confessionale mentre, quando si tratta di tutela del patrimonio culturale, l’istituzione preposta (MiBACT) entra in gioco come uno dei tanti stakeholders, un portatore di interessi e neanche di quelli prevalenti. Resta da chiedersi allora: a fronte della frantumazione delle competenze determinata dal drammatico indebolimento delle strutture statali deputate alla tutela, dalla contestuale attribuzione di poteri assegnata ai sindaci dell’emergenza sismica, dal preponderante potere ecclesiastico, che fine fa il patrimonio culturale nazionale? Di chi sarà alla fine la responsabilità della rovina – tanto per fare un esempio- di Santa Maria in Castellare o di San Liberatore? Dell’arcivescovo di Camerino, della Regione Marche, del sindaco di Castelsantangelo sul Nera o del MiBACT? E, soprattutto, -per rimanere al precedente esempio- Santa Maria in Castellare e San Liberatore sono ancora parte del patrimonio nazionale o sono affare d’interesse locale?

24 settembre 2017