Nella Roma monumentale mancava un monumento allo spreco e all’oltraggio ambientale. Lacuna ora finalmente colmata con l’ecomostro di ferro alto trentasei metri e largo quaranta che troneggia da qualche mese sul Palatino. Il ciclopico groviglio di tubi è quel che resta del Divo Nerone, un’opera rock benedetta dal ministero dei Beni culturali le cui repliche erano previste lì dentro fino a settembre inoltrato, davanti a una platea di tremila posti a sedere. Il sipario è invece calato il 19 giugno. E abbiamo la certezza che non si alzerà mai più. Non sul Palatino, di sicuro. Intervistato dall’Agenzia Italia dopo un debutto claudicante, il suo organizzatore Cristian Casella aveva prospettato per quello spettacolo, stroncato fulmineamente dalla critica e dal pubblico, una sopravvivenza almeno ventennale.
Sventato

questo pericolo, lo stesso non si può dire purtroppo per l’ecomostro. Sapendo come vanno le cose in Italia, il rischio che quell’immenso obbrobrio metallico finisca per diventare a tempo indeterminato parte del paesaggio dei Fori imperiali va messo nel conto.
Non sarebbe neppure un inedito. Riaffiora alla mente la storia del meraviglioso Tempio di Apollo a Selinunte, rimasto imprigionato per 12 (dodici) anni da impalcature arrugginite, per indifferenza dei politici, sciatteria dei burocrati e la solita scusa della mancanza di denari. E qui il problema non si presenta molto diverso, soprattutto per l’ultimo aspetto. Per abbattere quel monumento metallico così proporzionato alle dimensioni della follia che l’ha generato da superare in altezza perfino il Colosseo (l’anfiteatro Flavio misura 48 metri ma è sotto il colle Palatino) servono un sacco di soldi. Dovrebbe scucirli Nero Divine Ventures, la società organizzatrice, che però non ha pagato nemmeno gli artisti: figuriamoci se ha i quattrini necessari a smontare chilometri di tubi.
Accanto ai fratelli Cristian e Marco Casella, il primo già collaboratore per l’immagine di Silvio Berlusconi quando il Cavaliere era a palazzo Chigi e il secondo già responsabile dei giovani di Forza Italia, c’è pur sempre la Regione Lazio, che attraverso la società controllata Lazio Innova ha sborsato per entrare in questa discutibilissima operazione più di un milione di soldi pubblici. Così incautamente che quando ha visto la mala parata ha pensato bene di avviare un’indagine per capire come è riuscita a infilare se stessa in questo pasticcio. E non è nemmeno escluso che su questa faccenda, come ha raccontato sulle pagine di Repubblica il nostro Gabriele Isman, non si accenda il faro della Corte dei conti. Difficile immaginare come adesso la Regione presieduta da Nicola Zingaretti possa prendere in mano la situazione. E poi, a che titolo?
Quanto al Campidoglio, nella storiaccia del Divo Nerone non c’entra nulla. L’ecomostro sorge infatti nell’area dei Fori di pertinenza statale. Dove l’amministrazione capitolina non ha dunque voce in capitolo. Il che non toglie una virgola al fatto che quell’offesa al patrimonio culturale sia stata perpetrata a Roma, e forse una parolina da parte della sindaca o di chi per lei sarebbe stata gradita anche prima del patatrac. Ma tant’è.
Infine il ministero dei Beni culturali, che invece in questa vicenda ha le principali responsabilità politiche, avendo autorizzato ecomostro e spettacolo. Il soprintendente Francesco Prosperetti, che dopo aver firmato la concessione ha detto di essere rimasto sorpreso dalle dimensioni del palco, in proposito è stato molto chiaro. Le sue parole suonano come una sentenza: «È buon costume che davanti al patrocinio del ministero le soprintendenze non pongano vincoli». Traduzione: ci hanno detto di farlo e l’abbiamo fatto. E anche qui sarebbe interessante sapere com’è andata davvero.
A questo punto c’è solo una cosa che potremmo ritenere ancor meno accettabile del danno arrecato con questa operazione non soltanto ai contribuenti italiani ed europei (il milione versato dalla Regione viene dai fondi comunitari) ma anche all’immagine di una capitale che già non se la passa bene. Ossia, lo scaricabarile: se ne sente già l’odore. Per favore, risparmiateci almeno quello, e che ognuno, per una volta tanto, si assuma le proprie responsabilità. Ripulite il Palatino, uno dei luoghi più belli e preziosi del pianeta, da quell’orrore. E fatelo più in fretta possibile. Per regolare i conti, poi, ci sarà sempre tempo: e state pur certi che qualcuno dovrà pagarli.

Repubblica, 1 settembre 2017